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Italia Economia Sociale: una spinta al Terzo settore

Scopriamo insieme a Vincenzo Durante di Invitalia l’ambizioso programma predisposto dal Mise per lo sviluppo di imprese non profit su tutto il territorio nazionale.

di Gianluca Brignola

 

Immaginare, o meglio, ridisegnare il Paese che verrà dopo l’emergenza sanitaria in una prospettiva che sappia guardare al grande universo, neanche troppo parallelo, del Terzo settore, sostenendo la crescita di imprese che operano per il perseguimento di finalità di utilità sociale e di interesse generale. Parafrasando e in estrema sintesi, gli obiettivi di Italia Economia Sociale, programma di agevolazioni del Mise, probabilmente il principale strumento a livello nazionale per le imprese non profit con oltre 220 milioni di dotazione, gestito da Invitalia e attualmente in attesa di un’importante revisione a livello normativo al fine di poter dare maggior appeal alla misura per quel che attiene le modalità di assegnazione delle risorse ma anche per la stessa platea dei destinatari e intercettare, quindi, un potenziale di imprenditoria sociale vasto e diversificato. Questioni sul campo, tante a dire il vero, così come ci spiega Vincenzo Durante, responsabile dell’Area Occupazione di Invitalia, coordinatore delle misure agevolative per la creazione e il consolidamento d’impresa, con particolare riferimento agli incentivi per l’autoimpiego, Resto al Sud e Selfiemployment su tutti, e per le imprese non profit, Italia Economia Sociale, per l’appunto.

 

Partiamo dalle basi. Che cos’è Italia Economia Sociale?

«È una misura operativa su tutto il territorio nazionale volta a sostenere programmi di investimento, di importo fino a 10 milioni di euro, in grado di combinare le logiche del fare impresa e dell’economicità della gestione con il bene comune e la capacità di risposta ai bisogni sociali emergenti. Il finanziamento copre fino all’80% delle spese ammissibili; il 70% dello stesso viene erogato a un tasso dello 0,5%, da restituire in 15 anni, integrato da un prestito bancario per il restante 30%. È previsto inoltre un contributo da non rimborsare, la cui incidenza percentuale, oggi pari al 5% delle spese ammissibili, sarà incrementata fino al 20% dei programmi d’investimento agevolati».

 

Come giudicherebbe l’impatto che la misura ha avuto sino a questo momento?
«Abbiamo intercettato tanta qualità progettuale, connessa a iniziative di imprenditoria sociale marcatamente innovative nel promuovere traiettorie di sviluppo territoriale inclusivo e sostenibile, attento quindi alle ricadute sull’ambiente, sulla salute e sull’equità sociale. Del resto l’incentivo è rivolto a programmi di investimento capaci di perseguire almeno uno dei seguenti obiettivi: incremento occupazionale di lavoratori svantaggiati; inclusione sociale di persone vulnerabili; salvaguardia e valorizzazione dell’ambiente, del territorio e dei beni storico-culturali; conseguimento di altri benefici associati ad attività di interesse pubblico o di utilità sociale, in grado di colmare specifici bisogni della comunità o del territorio di riferimento. Si deve migliorare, invece, sul versante del numero dei progetti presentati e, conseguentemente, finanziati. Per questa ragione è stato avviato l’iter di revisione normativa dello strumento agevolativo, così da renderlo di più facile accesso e più attrattivo».

 

Dal punto di vista normativo quale evoluzione è possibile prevedere da qui ai mesi che verranno?
«Le modifiche normative in corso sono tante e importanti: sarà, come dicevo, potenziato il fondo perduto, il cui massimale sarà incrementato al 20% anche per i programmi d’investimento superiori ai 3 milioni di euro (e fino a 10 milioni di euro, ndr). L’incentivo sarà esteso al comparto delle attività creativo-culturali e sarà prevista la possibilità per più imprese, sino a un massimo di sei, di presentare un’unica domanda di agevolazioni per implementare congiuntamente un progetto di filiera, di distretto diffuso, non necessariamente territoriale, e quindi in una prospettiva utile a facilitare anche un trasferimento o scambio di know how tra imprese localizzate in diverse aree geografiche del Paese. Inoltre i costi di formazione e salariali associati all’inserimento lavorativo di persone fragili, così come quelli correlati all’acquisizione di servizi specialistici in materia di Ict e di accelerazione erogati da Innovation Hub e centri di ricerca, saranno parte integrante del programma di spesa agevolabile. La revisione normativa in corso trasformerà Italia Economia Sociale in un incentivo ancor più efficace nell’intercettare non soltanto quella qualità progettuale e imprenditoriale alla quale ho già fatto riferimento, ma anche quei “numeri”, in termini di progetti complessivamente presentati, che non sono ancora soddisfacenti».

 

Oggi, forse come mai in passato, appare evidente che misure come Italia Economia Sociale, ma il riferimento potrebbe andare anche ad altri strumenti gestiti da Invitalia e alle recenti revisioni che hanno interessato ad esempio Cultura Crea, possano avere una valenza realmente anticongiunturale. Segno dei tempi o una normale evoluzione?
«Per Italia Economia Sociale si è posta la necessità di rendere lo strumento agevolativo più performante e più aderente al fabbisogno di sostegno, finanziario e non solo, delle imprese sociali. Per le altre misure gestite da Invitalia, nella revisione del loro impianto attuativo ha giocato un ruolo importante la crisi pandemica. In una fase così difficile e delicata per il nostro Paese, questi strumenti agevolativi andavano ulteriormente rafforzati per renderli ancora più incisivi nel concorrere al superamento degli effetti economici e occupazionali dell’emergenza sanitaria».

 

Immagino che il riferimento possa valere anche per Resto al Sud?
«Vede, Resto al Sud è una misura che, dall’apertura dello sportello agevolativo nel gennaio del 2018, è cambiata radicalmente. Penso alla quota di fondo perduto, portata dal 35 al 50%, all’estensione territoriale alle aree del Cratere Sismico del Centro Italia, alla previsione di un ulteriore contributo postcovid, all’innalzamento del limite di età agli under 56, volto soprattutto a facilitare percorsi di autoimpiego per quei cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro a seguito della crisi pandemica o che rischiano di esserne estromessi nei prossimi mesi. Alcuni economisti sostengono che in Italia ci siano attualmente circa 9 milioni di posti di lavoro “in rianimazione”, tenuti in vita dai provvedimenti straordinari di recente adottati, dalla Cig al blocco dei licenziamenti. Una parte significativa di queste situazioni, purtroppo, è destinata ad accrescere, soprattutto nel Mezzogiorno, le fila della disoccupazione. In tale contesto Resto al Sud può continuare a giocare un ruolo importante».

 

In tempi di Recovery Plan siete consapevoli di quanto continui a essere importante una misura come Resto al Sud per una parte così significativa del Paese?
«La consapevolezza sull’importanza di Resto al Sud è nei numeri e nelle iniziative promosse per valorizzare lo strumento agevolativo e i suoi risultati. Partiamo dai numeri: in poco più di 3 anni di operatività abbiamo finanziato circa 8.300 progetti, a fronte dei 22.800 presentati, ai quali si aggiungono altre 21.500 domande in fase di compilazione sulla piattaforma di front end dell’Agenzia. Parliamo di un volume complessivo di investimenti attivati prossimo ai 590 milioni di euro, per una ricaduta occupazionale di 31mila nuovi posti di lavoro. Per quanto concerne le iniziative di valorizzazione dell’incentivo, mi limito a menzionare quelle assunte per qualificare ulteriormente la progettualità intercettata: dalle partnership con alcuni atenei, al Sud come al Nord, che si sono tradotte anche nell’organizzazione di un ciclo di Hackathon Resto al Sud di grande successo, ai protocolli d’intesa con gli ecosistemi territoriali, a partire dagli Innovation Hub e dalle agenzie di sviluppo locale. Infine mi piace sottolineare due indicatori di performance che ritengo particolarmente significativi: i tempi record di risposta all’utenza, sia nella fase di valutazione dei progetti che in quella di erogazione dei contributi, e l’efficacia della partnership con le banche, che a oggi hanno già deliberato 250 milioni euro di prestiti alle imprese Resto al Sud, 210 dei quali già erogati».

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