“Il vino, come l’arte, è frutto della fantasia sensata dell’uomo; una ricerca che rimescola elementi esistenti e li trasforma in qualcosa di migliore, fruibile, nutriente. Fantasia e realtà invisibili finché non diventano materia”.
Scrissi questa riflessione in occasione di un workshop indoor e itinerante che organizzai in una famosa azienda agricola e vitivinicola toscana nel 2016. A questo mi verrebbe di accostare il celebre In vino veritas, come dicevano i latini che conoscevano la natura dell’uomo ben oltre quello che alcuni automatismi sociali impongono, vuol dire due cose: se bevi dici la verità, e la verità è nascosta nel vino.
Errare humanum est, camminare è divino
Anche errare humanum est contiene due verità fondanti: sbagliare insegna – anche se a volte basterebbe ascoltare i maestri invece di trovare scuse – e girare senza meta ti fa scoprire molte più cose del rapporto tra te e il territorio, il paesaggio e le connessioni tra le tue forme e quelle del mondo. Gli aborigeni, inventori del Walkabout, esplorando il bush seguendo solo l’istinto riuscivano a trovare i luoghi migliori dove vivere; da lì nascono la psicogeografia e i Flaneur di Boudelaire, quegli esempi di Art Walking che noi oggi usiamo per apprendere dappertutto mentre esploriamo luoghi geniali.
Trasmettere il sapere attraverso il sapore
In realtà il territorio, il paesaggio e le sue interiorità si scoprono anche nel vino, se chi lo produce sa avere cura delle informazioni sensoriali che arrivano dalla terra e dalla vite di quei luoghi; le identità fisiche e metafisiche dei luoghi diventano cultura attraverso la coltura, participio presente di coltivare, che poi è il vero senso della conoscenza. Non accademia, niente salotti; cultura è saper intuire per saper fare. Nutrire l’istinto però è necessario e ineluttabile; di cosa si nutre l’istinto? Di immagini intelligenti (arte di qualità), suoni a geometria aurea (musica d’autore) e profumi ancestrali ed emotivi (pelle, piante, fiori e… vino). La qualità risuona dentro di noi perché il mondo è fatto della stessa materia dell’arte, così come il vino buono è fatto delle stesse materie del territorio in cui nasce e cresce, quelle fisiche e quelle metafisiche. Le responsabilità sociale, ambientale, umanistica e organizzativa, quei parametri che oggi la burocrazia chiama ESG, obbligatori per molti imprenditori, dal 2010 io la chiamo con un solo nome: responsabilità culturale.
ESG: E se gustassimo?
Strano che l’ONU, la UE e i vari organismi che se ne occupano abbiano escluso proprio la cultura dagli obblighi aziendali, il cui assolvimento produce non pochi benefici; avviene spesso che non si capisca la radice del problema, ormai le navi della sapienza lucida e consapevole sono salpate con a bordo migliaia di esperti, lasciando a terra miliardi di ignari. Il succo è, a proposito di vino, che si possono estrarre semi fertilizzanti, profumi, immagini e suoni da elementi del mondo che sembrano inerti e invece hanno linfe e vite, è il caso di dirlo, che solo artiste e artisti preparati a tale pratica sanno vedere e intuire prima che prendano forma. D’altronde i maestri del vino, dai contadini ai grandi produttori, vedono il vino quando è ancora uva, ne sentono il profumo quando ancora è sotto terra, immaginano colore, corpo e calore quando ancora il loro vino è un’idea. Così fanno gli artisti, così fa l’Art Thinking: trasforma il patrimonio immateriale in cultura, coltura, materia e ricchezza tangibili, verificabili, spendibili sotto il profilo del valore condiviso, in modo che ESG, che contiene la C di Cultura, diventi davvero un parametro unico di qualità individuale, universale, collettiva e connettiva.
La qualità globale, come si chiamava un tempo, puntava a un mondo diVino. Impossibile fare fiasco.





