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Il vino italiano cambia pelle

Pasquale Carlo

Pasquale Carlo

Giornalista, esperto di enogastronomia. Scrive per ‘Il Mattino’ e diversi periodici regionali e nazionali (‘Terre del Vino’, ‘Barolo&C’, ‘Bubble’s Italia’,etc.). Autore dal 2004 per il blog lucianopignataro.it, coordinatore regionale della guida Vini Buoni d’Italia, edita dal Touring. Club Italiano. Collabora con i Consorzi di Tutela Vini della Campania. Responsabile e docente di "Sannio Academy", centro di formazione e promozione culturale delle risorse agroalimentari, è anche docente di 'Marketing e Comunicazione dei prodotti agroalimentari' e 'Conoscenza e Promozione dei Beni Enogastronomici' per il centro di formazione FoSviTer.
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Consumi, clima e geopolitica stanno ridisegnando uno dei simboli del Made in Italy

Per oltre duemila anni il vino ha accompagnato la storia economica, sociale e culturale dell’Italia. Ha attraversato guerre, crisi finanziarie, rivoluzioni industriali e trasformazioni demografiche, mantenendo un ruolo centrale nell’identità del Paese e nell’immaginario del Made in Italy.

Oggi, tuttavia, qualcosa sta cambiando. Per la prima volta da decenni, i segnali di rallentamento non riguardano soltanto le oscillazioni cicliche del mercato, ma investono le fondamenta stesse del settore: i consumatori bevono meno, le nuove generazioni attribuiscono all’alcol un significato diverso rispetto al passato, il cambiamento climatico modifica la geografia della produzione e le tensioni geopolitiche ridisegnano gli equilibri del commercio internazionale.

Di fronte a questi fenomeni, il dibattito pubblico oscilla spesso tra due narrazioni opposte. Da una parte chi vede nel calo dei consumi l’inizio di un inevitabile declino del vino; dall’altra chi considera le difficoltà attuali come una semplice fase transitoria destinata a riassorbirsi con la ripresa economica.

Entrambe le letture rischiano di essere fuorvianti. Quando si parla di vino italiano, infatti, il rischio è sempre quello di confondere un cambiamento strutturale con una crisi congiunturale.

Il Rapporto Mediobanca 2026 fotografa un settore che vede diminuire consumi, esportazioni e marginalità. Una lettura superficiale potrebbe suggerire un declino. Ma osservando i dati nel loro insieme emerge una realtà diversa: il vino non sta scomparendo, sta cambiando il proprio ruolo economico, sociale e culturale.

L’Italia resta il primo produttore mondiale, mantiene un avanzo commerciale superiore a sette miliardi di euro e continua a rappresentare un punto di riferimento globale per qualità, biodiversità vitivinicola e valore territoriale. Eppure i paradigmi che hanno sostenuto la crescita degli ultimi trent’anni non sembrano più sufficienti per interpretare il futuro.

La domanda che produttori, investitori, amministratori pubblici e territori dovrebbero porsi non è dunque se il vino abbia un futuro. La vera domanda è un’altra: quale forma assumerà il vino nell’economia e nella società dei prossimi vent’anni?

Perché ciò che sta cambiando non è soltanto un settore produttivo. Sta cambiando il rapporto tra consumatori e benessere, tra agricoltura e clima, tra identità locale e mercati globali. E il vino, da sempre straordinario indicatore delle trasformazioni del nostro tempo, si trova ancora una volta al centro di questo passaggio storico.

Non è una crisi dei consumi. È una crisi del modello di consumo

Il dato che più colpisce nel Rapporto Mediobanca non riguarda la produzione o l’export, ma il consumatore. Negli ultimi cinque anni l’80% dei produttori italiani ha registrato una riduzione della domanda e circa due imprese su tre ritengono che questa tendenza proseguirà almeno fino al 2030. Nel frattempo il consumo pro-capite nazionale è sceso da 38 litri annui nel 2022 a 35,6 litri nel 2025.

Osservato isolatamente, il fenomeno potrebbe apparire come una semplice conseguenza della congiuntura economica. In realtà i dati internazionali suggeriscono qualcosa di più profondo. Secondo l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, nel 2025 il consumo mondiale si è attestato a 208 milioni di ettolitri, il livello più basso registrato negli ultimi decenni. La vera questione, quindi, non è perché si consumi meno vino. La domanda più interessante è perché stia cambiando il modo stesso di consumare.

Per oltre mezzo secolo il vino è stato associato alla quotidianità. Era parte integrante dei pasti, della vita familiare e della socialità ordinaria. Oggi quel modello appartiene sempre più al passato. Le nuove generazioni non rinunciano necessariamente al vino, ma lo collocano in contesti diversi: occasioni speciali, esperienze gastronomiche, momenti di condivisione o scoperta. Il passaggio è rilevante perché segna la transizione da una cultura del consumo abituale a una cultura del consumo selettivo.

Dietro questa trasformazione agiscono almeno tre forze convergenti: la pressione economica sulle famiglie, la crescente attenzione verso salute e benessere e il cambiamento delle abitudini generazionali.

Da qui nasce uno dei più diffusi equivoci del dibattito contemporaneo: l’idea che i giovani abbiano abbandonato il vino. Le ricerche internazionali mostrano invece una realtà più articolata. I consumatori under 35 bevono meno frequentemente, ma cercano qualità, autenticità, sostenibilità, identità territoriale e valore esperienziale. In altre parole, per le nuove generazioni il vino non è più un bene di consumo quotidiano. È diventato un prodotto culturale.

Questa evoluzione aiuta a comprendere perché il settore stia assistendo contemporaneamente alla contrazione dei volumi e alla crescita di segmenti considerati fino a pochi anni fa marginali, come i vini low e no alcohol.

Dalla quantità al valore

Per gran parte del Novecento la crescita del settore vinicolo è stata misurata principalmente in ettolitri prodotti e bottiglie vendute. Oggi questa logica mostra tutti i suoi limiti. In un mercato caratterizzato da consumatori più selettivi e da una domanda meno frequente, il successo dipende sempre più dalla capacità di creare valore, differenziazione e relazione con il cliente.

Non è un caso che molte aziende stiano investendo nel posizionamento premium, nell’enoturismo e nella costruzione di marchi capaci di raccontare territori, tradizioni e identità. La vera sfida per i produttori italiani non consiste quindi nel recuperare i consumi del passato. Consiste nel comprendere i consumatori del futuro.

Dalla domanda all’offerta: la seconda rivoluzione

Se il cambiamento dei consumi rappresenta la grande trasformazione dal lato della domanda, il cambiamento climatico sta ridefinendo le condizioni stesse dell’offerta.  Le imprese vinicole si trovano così ad affrontare una sfida inedita: adattarsi contemporaneamente a consumatori che cambiano e a territori che cambiano.

Quando il clima entra nel conto economico

Per decenni il settore vinicolo ha considerato il clima una variabile naturale. Oggi questa impostazione non è più sufficiente. Il cambiamento climatico è diventato una variabile economica a tutti gli effetti. Incide sui costi di produzione, sulla qualità delle uve, sulla redditività degli investimenti e, in prospettiva, sul valore stesso dei territori vitivinicoli.

L’OIV segnala che il 2025 è stato il terzo anno consecutivo caratterizzato da una produzione mondiale inferiore alle medie storiche. Siccità, gelate tardive, ondate di calore ed eventi meteorologici estremi stanno modificando gli equilibri che per secoli hanno definito la geografia del vino.

La fine dell’agricoltura prevedibile

Per generazioni i produttori hanno potuto basare le proprie scelte su cicli climatici relativamente stabili. Oggi questa prevedibilità si sta progressivamente riducendo. Quando aumenta l’incertezza meteorologica aumentano anche i costi di gestione, il rischio degli investimenti e la necessità di innovazione.

Per un settore costruito sul concetto di terroir, questa trasformazione rappresenta una sfida epocale. La conseguenza è che il vantaggio competitivo non dipende più soltanto dalla qualità del territorio, ma dalla capacità di adattamento delle imprese. Le aziende più dinamiche investono in agricoltura di precisione, sensoristica, gestione digitale dei vigneti, tecnologie per il risparmio idrico e ricerca su varietà più resilienti.

Quando il clima entra nei bilanci

Ciò che fino a pochi anni fa veniva classificato come sostenibilità ambientale sta diventando una scelta di natura industriale e finanziaria. Sostenibilità, efficienza energetica e gestione delle risorse naturali entrano sempre più nei business plan, influenzano l’accesso al credito, le valutazioni degli investitori e perfino le strategie assicurative. Non sorprende quindi che oltre tre quarti delle aziende italiane abbiano investito negli ultimi tre anni in sostenibilità ed efficientamento energetico.

Da qui nasce uno dei grandi paradossi del prossimo decennio: conservare la tradizione richiederà una dose crescente di innovazione.

Il terzo fronte della trasformazione: la geopolitica

Consumatori più selettivi e cambiamento climatico non esauriscono le sfide che attendono il settore. Esiste una terza forza che sta modificando profondamente gli equilibri del vino mondiale: la geopolitica.

L’export resta il motore, ma non basta più

Per anni il vino italiano ha trovato nell’export la risposta a quasi tutte le proprie fragilità strutturali. L’Italia continua a occupare una posizione di assoluta leadership: è il primo esportatore mondiale di vino per volume e il secondo per valore dopo la Francia. Il saldo commerciale del comparto ha raggiunto i 7,2 miliardi di euro. Ma proprio perché il vino è una delle eccellenze più internazionalizzate del Paese, è anche uno dei comparti più esposti alle turbolenze globali.

Nel 2025 il commercio mondiale del vino ha registrato una contrazione del 4,7% nei volumi e del 6,7% nel valore. Inflazione, tensioni geopolitiche, guerre commerciali, instabilità valutaria e rallentamento dei consumi stanno riducendo la visibilità strategica delle imprese esportatrici.

Il caso degli Stati Uniti è emblematico. Restano il primo mercato a valore per il vino italiano, ma l’incertezza legata ai dazi ha riaperto una questione fondamentale: quanto è rischioso dipendere da pochi grandi mercati?

L’incertezza come fattore competitivo

Le aziende non competono più soltanto con altri produttori di vino. Competono con l’incertezza. Dazi, tensioni internazionali, instabilità valutaria e crisi geopolitiche possono modificare in pochi mesi strategie costruite nell’arco di anni. Per questo la capacità di adattamento sta diventando una risorsa competitiva tanto importante quanto la qualità del prodotto.

La risposta del settore è già nei numeri del Rapporto Mediobanca. Il 71,7% delle aziende punta sulla diversificazione dell’offerta e il 63,7% sull’apertura di nuovi mercati. Solo il 3,3% ritiene che la specializzazione estrema sia la strategia vincente.

Resistere non basta

La parola chiave emersa dal rapporto è resilienza. Non nel senso generico con cui viene spesso utilizzata nel dibattito pubblico, ma nel suo significato economico più concreto: la capacità di assorbire shock esterni senza compromettere la continuità del business.

Le imprese che prospereranno nei prossimi anni non saranno necessariamente quelle meno esposte ai rischi, ma quelle capaci di reagire più rapidamente e con maggiore flessibilità.

Una lezione che va oltre il vino

È probabilmente questa la conclusione più interessante del Rapporto Mediobanca. Le dinamiche osservate nel settore vinicolo anticipano questioni che riguardano l’intero sistema produttivo italiano: sostenibilità, innovazione, mercati globali, trasformazioni demografiche e nuovi modelli di consumo.

Il vino diventa così una lente privilegiata attraverso cui osservare le sfide dell’economia italiana del prossimo decennio.

In questo scenario, la diversificazione non rappresenta una perdita di identità, ma una risposta all’aumento dell’incertezza. Consumatori che cambiano, clima che cambia e mercati sempre più instabili impongono alle imprese una capacità di adattamento che fino a pochi anni fa non era necessaria.

Resta però una domanda aperta. L’Italia possiede un patrimonio vitivinicolo unico al mondo, costruito su territori, denominazioni, competenze e tradizioni sedimentate nel tempo. La vera sfida sarà capire se questo patrimonio saprà evolversi abbastanza rapidamente da rispondere ai cambiamenti in atto senza perdere ciò che lo rende unico.

Perché il futuro del vino italiano non dipenderà soltanto dalla sua capacità di produrre eccellenza. Dipenderà dalla capacità di ridefinire il significato stesso dell’eccellenza in un mondo che sta cambiando.

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