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Il grande rilancio di Pompei: parla Zuchtriegel

Quattro chiacchiere con Gabriel Zuchtriegel, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei. Un’area gigantesca tornata a essere un prestigioso attrattore internazionale. A dimostrazione che si può ripartire dalla cultura per fare economia.

di Alessandro Battaglia Parodi

 

Chiamato dal ministro Dario Franceschini poco più di un anno fa a dirigere il Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, sta traghettando il sito oltre le criticità della pandemia con eccellenti risultati, sia in termini di pubblico che di popolarità. Alle spalle una lunga esperienza di tipo accademico come docente presso diverse università in Germania e Italia, un dottorato di ricerca, moltissime pubblicazioni e la guida del parco archeologico e del Museo archeologico nazionale di Paestum, oggi Zuchtriegel presiede un’immensa area di 66 chilometri quadrati, assai complessa da gestire. Abbiamo voluto incontrarlo.

 

Sembra che le cose a Pompei vadano molto bene in termini di biglietti venduti e di rivalutazione generale del sito. Lei sta mostrando competenze di tipo amministrativo e soprattutto organizzativo. Come le ha costruite nel corso della sua carriera?

«Lavorando sia a Paestum e poi a Pompei, con un minimo di tecnica di progettazione, ma anche lavorando all’allestimento di mostre e di molti progetti di ricerca. Credo che oggi dobbiamo essere tutti manager, calandosi in un ambito professionale molto sfaccettato e complesso. Ci sono infatti delle competenze trasversali che diventano indispensabili, come comunicare con i collaboratori, riuscire a fare gioco di squadra, avere una visione e mettersi in gioco. Devo dire che all’università, quella che ho frequentato io in Germania, tutto questo non era parte della formazione accademica. Giunto in Italia, però, anche grazie alle esperienze di insegnamento a Napoli e a Matera, ho trovato una maggiore attenzione a queste tematiche di tipo manageriale».

 

Lei sta ancora insegnando alla Federico II di Napoli?

«Sì, alla Scuola Superiore Meridionale abbiamo organizzato un bellissimo corso di Archeologia e culture del Mediterraneo antico. E recentemente abbiamo realizzato un corso centrato sulla realizzazione di una mostra coinvolgendo in prima persona gli studenti. C’è quindi una certa attenzione alla managerialità, con lavori non solo scientifici e di studio, ma anche con un approfondimento delle procedure amministrative e di comunicazione. Dunque con un aggancio diretto alla gestione dei beni culturali».

 

Poco tempo fa lei si mise nei panni dei custodi spiegando ai visitatori le bellezze e le caratteristiche storiche del parco, con l’intenzione di capire sia il punto di vista dell’utente sia quello dei custodi che devono presidiare un’area vastissima. Come è andata questa esperienza? E, soprattutto, è vera?

«Certo che è vera. Io amo parlare con i visitatori anche perché molto spesso sono loro a interpellarmi: mi vedono in cravatta e capiscono subito che non sono uno di loro. Mi presto dunque a spiegare qualcosa di quello che stanno visitando. In generale cerco di capire quali sono le loro priorità e con quali aspettative vengono a visitare il sito, che cosa realmente li interessa. Sono esperienze molto importanti. La giornata di cui lei mi parla invece è stata assai diversa perché ho svolto il ruolo di “assistente alla fruizione, accoglienza e vigilanza” e non un semplice profilo di custode. Si tratta dunque di un compito molto complesso perché è proprio colui che ha il contatto diretto e quotidiano con il pubblico. Io posso anche pensare i progetti più belli chiuso nel mio ufficio, ma se non c’è qualcuno che traduce tutto questo presso il pubblico, non ha senso. Stiamo infatti cercando insieme di migliorare la nostra comunicazione con gli utenti e anche quella interna. Forse, più che migliorare, si tratta di aggiornarla evitando che si creino le cosiddette “isole della conoscenza” per cui non c’è condivisione dei saperi. Dobbiamo imparare a fare squadra. Ovviamente in un giorno non si può capire tutto, ma si può avere un’idea del loro mestiere, di quali siano i loro problemi e in che modo interagiscono con i visitatori».

 

Diamo per scontato che il Parco Archeologico di Pompei sia massicciamente sostenuta da Comune e Regione Campania, e chiaramente dal ministero della Cultura…

«In realtà riceviamo finanziamenti solo dal ministero. Siamo infatti un istituto del ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo dotato di autonomia speciale e che ha competenza territoriale, oltre che su Pompei e Castellammare di Stabia, anche su venti comuni limitrofi. Abbiamo chiaramente una collaborazione sia con il Comune sia con la Regione. Abbiamo quindi dei progetti finanziati o cofinanziati dalla Regione Campania, ma il nostro bilancio si basa essenzialmente su due colonne che sono i trasferimenti dello Stato, inclusi i progetti europei e nazionali speciali a cui ci candidiamo per ottenere risorse. La maggior parte delle risorse arriva però dal ministero della Cultura. Circa il 46% sono trasferimenti dallo Stato, due terzi dal ministero della Cultura e un terzo dal ministero dell’Interno, perché è in essere un grande progetto pluriennale per i sistemi di sicurezza e salvaguardia dei beni del Parco».

 

E gli sponsor?

«Certamente sì, ci sono. Dicevo, il 46% sono trasferimento dallo Stato, ma per il resto, ovvero più della metà, sono entrate “proprie”. Si tratta di un bel 54% che ci permette di fare tutto il bilancio ordinario. La vendita dei biglietti occupa circa il 90%, poi ci sono i servizi aggiuntivi, come il bookshop che dà una percentuale sulle vendite di circa il 3%, e le sponsorizzazioni, che si attestano sul 4%. Questa voce è in crescita anche grazie al nostro ufficio di fundraising. Abbiamo recentemente realizzato una mostra finanziata quasi interamente da due soli contributi di quasi 150mila euro ciascuno. È dunque un ambito su cui stiamo molto lavorando anche perché con la pandemia gli introiti da fonti proprie sono calati e, guardando al futuro, è meglio non dipendere interamente dai biglietti staccati. Questo ci consentirebbe inoltre di abbassare sempre più il prezzo della biglietteria e rendere fruibile il parco a un numero ancora maggiore di utenti. In quest’ottica abbiamo realizzato un biglietto annuale a un prezzo simbolico molto basso, 35 euro, proprio per favorire la fruizione anche da parte della comunità locale».

 

Nessun aiuto dalle fondazioni di origine bancaria?

«Una delle sponsorizzazioni è di American Express, l’altra di Belmond Hotel Caruso. Ma queste sono sponsorizzazioni. Per quanto riguarda lo specifico delle fondazioni bancarie, non saprei, anche perché sono qui da solo un anno. Tuttavia, facendo riferimento anche alla mia esperienza di Paestum, mi sembra di capire che le erogazioni provenienti dalle fondazioni bancarie continuano certamente a esistere, ma non sono più così centrali come lo erano negli anni Ottanta e Novanta. Per due motivi principali: le banche hanno risentito parecchio delle crisi finanziarie degli ultimi decenni e nel frattempo sono emersi altri player interessanti, tra i privati e il crowdfunding. C’è ancora l’idea diffusa dell’equazione sponsor = banca, ma in realtà è più spesso il territorio a partecipare e a esprimere interesse. E credo sia un segnale molto positivo, perché un euro proveniente dalle aziende del territorio vale dieci volte di più rispetto a un euro che proviene da “fuori”, anche se tutti i contributi sono ovviamente benaccetti. Ma in quell’euro specifico è incluso anche una ricaduta diretta sul territorio e quindi un coinvolgimento maggiore e più genuino».

 

Il Pnrr e gli aiuti statali sono una manna dal cielo ma possono inibire quel meccanismo virtuoso per cui il management deve scervellarsi a reperire risorse interne, cioè risorse proprie. Le come la vede?

«Posso dire che nel nostro settore c’è una procedura complessa e molto competitiva per l’attribuzione di fondi dal Pnrr coma da altri bandi europei o nazionali. Noi abbiamo presentato una serie di progetti ma non è assolutamente detto che tutte le proposte vengano finanziate. Inoltre le condizioni sono molto rigide, con tempistiche e procedure stringenti. Il sostegno del Pnrr sarebbe una grande opportunità per Pompei, soprattutto per quel che riguarda l’area verde che gli sta intorno, Sto parlando delle necropoli, delle ville, ma anche dei siti di Stabia e Oplontis dove abbiamo grandi progetti di riqualificazione, con restauri e servizi di accoglienza. Siti davvero molto importanti, ma tutt’oggi ancora poco visitati. E quella può diventare una grande occasione per la cultura locale e il suo turismo».

 

 

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