|
Preferisci ascoltare? Clicca play!
Getting your Trinity Audio player ready...
|
Il precedente articolo pubblicato su Acta Non Verba ha già fissato la cornice essenziale del bando European Cooperation Projects 2026: circa 60 milioni di euro complessivi, due linee attive – piccola e media scala –, contributi massimi rispettivamente di 200 mila euro e 1 milione, partenariati minimi di 3 o 5 organizzazioni di Paesi diversi e scadenza al 5 maggio 2026. Una mappa di accesso alla quale l’info session organizzata da EACEA il 23 marzo ha aggiunto alcuni dati fondamentali.
La presentazione di EACEA ha fatto emergere una mission esigente capace di andare oltre la somma di semplici attività culturali: l’Europa chiede progetti concretamente europei con una logica transnazionale leggibile, un disegno operativo coerente e un impatto che vada oltre la singola iniziativa.
La prima indicazione forte emersa il 23 marzo riguarda l’inquadramento politico della call. EACEA ha presentato i Cooperation Projects all’interno di un quadro più ampio di reale politica culturale europea, richiamando anche il nuovo Culture Compass come riferimento strategico in costruzione. Questo trasforma le call in uno strumento per orientare il settore culturale verso una maggiore capacità di cooperazione, resilienza, competitività e ruolo pubblico della cultura in Europa.
La seconda indicazione, probabilmente la più decisiva, è che ogni candidatura deve compiere una scelta netta. La call prevede due obiettivi: da un lato la creazione e circolazione transnazionale di opere e artisti europei, dall’altro l’innovazione intesa come rafforzamento della capacità dei settori culturali e creativi di far crescere talenti, innovare, prosperare e generare occupazione. EACEA lo ha ribadito con chiarezza: in candidatura bisogna selezionare un solo obiettivo anche se il progetto potrebbe sembrare pertinente a entrambi. Questo costringe i proponenti a un’operazione di focalizzazione importante e strategica.
Le differenze con la progettazione culturale italiana
Qui emerge una differenza sostanziale rispetto a molta progettazione culturale italiana. Spesso si tende a presentare iniziative multidirezionali, dense di attività e di finalità collaterali, nella convinzione che mostrare ampiezza significhi aumentare la forza della proposta. L’info day, al contrario, indica che le call premiano la precisione del nesso tra bisogno, obiettivo scelto, attività e risultati. Se questo non è evidente il progetto smette di apparire europeo e torna a sembrare semplicemente locale con partner internazionali aggregati.
Di particolare importanza anche il tema della qualità progettuale. Per EACEA non coincide con la qualità artistica in senso stretto. Nella griglia di valutazione il merito si distribuisce su quattro criteri: rilevanza, qualità dei contenuti e delle attività, project management e disseminazione, per un totale di 100 punti e una soglia di 70. Ciò che più conta è il modo in cui questi criteri vengono spiegati. La rilevanza comprende l’analisi dei bisogni, il valore aggiunto europeo, la capacità di costruire su risultati già esistenti e il contributo alle priorità generali UE. La qualità viene quindi fatta coincidere con la metodologia, la coerenza del workplan, la chiarezza dei ruoli, la definizione dei pubblici e la concretezza dei benefici attesi.
Questo sposta in maniera importante il baricentro della candidatura. Il progetto inteso come “forte” non è quello che promette di fare molte cose interessanti ma quello che dimostra di saperle organizzare dentro una struttura comprensibile agli esperti valutatori. Non a caso nella presentazione EACEA insiste più volte sulla costruzione della Part B: work packages distinti, ciascuno con obiettivo, attività, milestones e deliverables, e una descrizione del progetto che resti entro il limite di 50 pagine. Anche qui il segnale è netto: la call premia l’architettura.
I nodi del lump sum e del subcontracting
Un nodo centrale di cui si è discusso nell’info day è stato quello del budget a lump sum. Nel dibattito corrente il lump sum viene spesso letto come una formula amministrativamente più leggera, quasi una scorciatoia rispetto ai costi reali. EACEA ha corretto questa interpretazione in modo molto esplicito: il lump sum semplifica la logica del rimborso ma non autorizza budget approssimativi. Al contrario i candidati devono presentare una detailed budget table fondata su una stima dettagliata dei costi effettivi del progetto; e la bontà del budget incide direttamente sulla valutazione del project management.
Per chi progetta in Italia questo passaggio è decisivo. Significa che il budget, e la compilazione del progetto nel suo complesso, vanno pensati come strettamente innervati nella strategia del progetto e implicano una particolare attenzione. Ad esempio EACEA ha ricordato che il file di budget va scaricato dal sistema di submission non da fonti esterne, che i dati devono essere coerenti con Part A e Part B, che il personale diretto va stimato in person months, che 1 unità corrisponde a 1 PM e il PM si calcola dividendo i giorni di lavoro per 18. Indicazioni apparentemente minute ma che da oggi, proprio da queste coerenze, passa una quota rilevante della credibilità complessiva della proposta.
Anche il tema del subcontracting è stato particolarmente trattato nel webinar. EACEA ha ribadito che il subappalto deve restare una parte limitata del progetto, che eventuali quote superiori al 30% dei costi eleggibili richiedono giustificazione e che i compiti di coordinamento non possono essere subappaltati. È un chiarimento importante perché segnala una filosofia di fondo: la call finanzia partenariati che implementano davvero l’azione, non consorzi che esternalizzano il nucleo operativo del progetto.
Due call per progetti già maturi
Ciò che emerge in maniera forte dal 23 marzo è questo: i Cooperation Projects 2026 sono un bando per organizzazioni che hanno già compiuto un salto di maturità progettuale. La Commissione intende premiare la trasformazione di un’idea culturale in un dispositivo europeo credibile: obiettivo unico, partenariato coerente, workplan rigoroso, budget realistico, governance solida, disseminazione pensata già in partenza.
Per il sistema culturale italiano il punto è strategico in quanto le opportunità appaiono interessanti anche per soggetti non di grandi dimensioni. L’architettura small scale è pensata per organizzazioni più leggere o meno esperte ma con un progetto già leggibile e credibile come cooperazione europea.
Le call 2026 sono quindi aperte ma con l’intento di premiare soprattutto la maturità progettuale.
