Se, come abbiamo visto dal precedente articolo, il caso italiano è quello della misura esplicita, dotata e misurabile, il resto d’Europa mostra un paesaggio più irregolare: meno fondi nazionali dedicati all’impresa femminile in quanto tale, più interventi indiretti su lavoro, cura, competenze, digitale, parità salariale e imprenditorialità.
L’Unione europea ha inserito la parità di genere tra le priorità trasversali della ripresa post-pandemica. Il Recovery and Resilience Facility non nasceva come programma per le donne né come programma per l’imprenditoria femminile, ma come grande strumento europeo per riformare economie colpite dalla crisi sanitaria, accelerare transizione verde e digitale, rafforzare resilienza, infrastrutture, lavoro, pubblica amministrazione, sanità, istruzione e competitività.
All’interno di questo disegno la questione femminile è emersa come una delle condizioni della ripresa. Non per concessione retorica ma per necessità economica. Secondo WEgate le donne sono il 52% della popolazione europea ma rappresentano soltanto il 34,4% dei lavoratori autonomi dell’UE, e il 30% degli imprenditori di startup. EISMEA aggiunge che le donne costituiscono circa il 73% dei “missing entrepreneurs” europei.
Cosa aveva mostrato la pandemia
Nel periodo pandemico era emersa in modo brutale la fragilità dell’architettura imprenditoriale femminile europea. Le donne erano più esposte nei settori della cura, dell’educazione, dei servizi, del commercio, del turismo. Erano più presenti nel lavoro discontinuo, nel part-time, nelle microattività. Erano più colpite dalla chiusura delle scuole, dalla gestione familiare, dal lavoro domestico invisibile. Per molte la crisi sanitaria non è stata solo una crisi di reddito ma di tempo, autonomia e possibilità.
I dati successivi confermano che quel nodo non è sparito. Eurostat indica per il 2024 un divario occupazionale di genere nell’UE pari a 10 punti percentuali: tra le donne occupate tra 25 e 54 anni con figli il 31,7% lavora part-time, contro il 5,1% degli uomini con figli. Il Global Entrepreneurship Monitor 2024/2025 segnala inoltre che le donne sono il 47% più propense degli uomini a chiudere un’attività per ragioni familiari o personali.
La risposta europea non è stata uniforme
Il PNRR, nella sua dimensione europea, non ha pensato a una politica comune. Ha piuttosto prodotto una somma di approcci nazionali: alcuni Paesi hanno inserito misure dirette per sostenere imprese femminili, altri hanno agito sulla partecipazione al lavoro, altri ancora su asili nido, competenze digitali, parità salariale, conciliazione, formazione STEM, protezione del lavoro autonomo. L’imprenditoria femminile è entrata nel Recovery europeo ma in modo irregolare.
Il Parlamento europeo, già nel 2022, osservava che tutti i Piani nazionali dichiaravano l’uguaglianza di genere come obiettivo orizzontale, ma solo alcuni Stati membri avevano previsto riforme o investimenti dedicati con misure più chiaramente riconoscibili nei piani di Belgio, Estonia, Spagna, Italia e Austria. Tolto il caso italiano, il modello più interessante è quello spagnolo, più ecosistemico che fondato su un unico grande fondo.
La Spagna ha collocato il tema dentro la strategia di trasformazione del Paese: imprenditorialità, talento, internazionalizzazione, digitale, reti territoriali. Il CESE ha indicato per il Piano spagnolo 36 milioni di euro destinati al sostegno di startup femminili. Programmi come The Break, con un budget di 10 milioni secondo la Escuela de Organización Industrial, hanno puntato ad attrarre e accompagnare imprenditrici europee in ecosistemi locali spagnoli.
Altri Paesi hanno seguito strade indirette. In Germania il nodo principale è stato quello dei servizi per l’infanzia e della conciliazione, nella consapevolezza che senza infrastrutture sociali le donne restano più difficilmente nel lavoro pieno e ancora più difficilmente assumono il rischio imprenditoriale. Nei Paesi baltici e nei Paesi Bassi ha pesato di più il tema delle competenze digitali, della presenza femminile nell’ICT, del lavoro autonomo e della protezione sociale. In Francia e in altri Paesi il Recovery ha intercettato maggiormente trasparenza salariale, uguaglianza organizzativa, piani aziendali e accesso delle donne ai percorsi professionali.
La Commissione europea, nel bilancio del gender mainstreaming, cita ad esempio lo strumento digitale estone sul gender pay gap e le riforme portoghesi contro le disuguaglianze di genere. Il punto è che molte misure hanno effetti potenzialmente favorevoli per l’imprenditoria femminile pur non essendo incentivi diretti alle imprese guidate da donne.
Che cosa è migliorato a livello europeo?
È migliorata innanzitutto la grammatica delle politiche pubbliche. L’uguaglianza di genere è stata trattata come condizione di efficacia della spesa pubblica. Questo è un passaggio importante. Significa che una misura su digitale, istruzione, lavoro, impresa o innovazione deve interrogarsi anche su chi raggiunge, chi esclude, chi abilita, chi lascia indietro.
È migliorata anche la visibilità dell’imprenditoria femminile. In diversi Paesi il tema è entrato nei documenti nazionali, nei programmi di formazione, nei portali istituzionali, nelle azioni di accompagnamento, nei programmi di accelerazione e nei rapporti statistici. La survey Eurochambres-UN Women 2025, condotta tra gennaio e marzo in 26 lingue e basata su 897 risposte da 34 Paesi, conferma che la raccolta dati è diventata essa stessa una leva politica.
È migliorata, almeno in parte, la connessione tra imprenditoria femminile e transizione digitale. Per troppo tempo il sostegno all’impresa femminile è rimasto confinato nei settori tradizionalmente femminilizzati: servizi personali, commercio, artigianato, turismo, cura. Il Recovery ha aperto la possibilità di collegare le donne al digitale, alle competenze STEM, alle startup, all’innovazione, al lavoro remoto, alle reti tecnologiche. Non sempre questa possibilità è diventata risultato, ma è entrata nell’agenda.
È migliorata inoltre la consapevolezza del rapporto tra cura e impresa. Le politiche per asili, educazione 0-3 anni, congedi, servizi territoriali, protezione sociale del lavoro autonomo non sono misure “esterne” all’imprenditoria femminile. Sono la sua precondizione. Una donna che non dispone di tempo, servizi, sicurezza e reti difficilmente può rischiare capitale, aprire una società, assumere personale, crescere.
Tuttavia ciò che non ha funzionato è altrettanto evidente
Il primo problema è la frammentazione. Ogni Stato membro ha interpretato il gender mainstreaming a modo proprio. Questo ha prodotto esperienze interessanti ma non una strategia europea comparabile. È difficile dire oggi, con indicatori comuni, quale Piano abbia aumentato davvero il numero di imprese femminili, quale ne abbia migliorato la sopravvivenza, quale abbia favorito l’accesso al credito, quale abbia spinto le donne nei settori tecnologici, quale abbia generato occupazione stabile.
Il secondo problema è la debolezza degli indicatori di impatto. L’Europa sa misurare molto bene milestone, target, importi impegnati, riforme adottate, scadenze rispettate. Misura molto meno bene la trasformazione reale. Nel caso dell’imprenditoria femminile la domanda non dovrebbe essere solo: quante donne hanno ricevuto un contributo? Ma: quante imprese sono ancora vive dopo tre anni? Quante hanno superato la soglia della microimpresa? Quante hanno assunto? Quante hanno aumentato produttività?
Il terzo problema è l’accesso alla finanza. L’imprenditoria femminile europea continua a soffrire una distanza strutturale dal credito, dall’equity, dal venture capital, dagli investitori. Eurochambres-UN Women rileva che il 75% delle rispondenti ha finanziato l’avvio dell’impresa con risparmi personali. Circa un terzo ha sperimentato bias di genere nel cercare finanziamenti. Il 39% ritiene che sarebbe stato più facile avanzare nel lavoro o nell’impresa se fosse stato uomo.
Il quarto problema è la persistenza del carico di cura. I dati europei sul part-time e sull’occupazione femminile indicano che il tempo continua a essere distribuito in modo diseguale. Questo dato non riguarda solo il lavoro dipendente ma direttamente l’impresa. L’imprenditorialità viene spesso raccontata come libertà ma per molte donne può diventare una seconda forma di precarietà: più autonomia formale, ma anche più carico reale.
Il quinto problema è la segregazione settoriale. Il quadro europeo indica che anche quando le donne fanno impresa non entrano automaticamente nei settori più remunerativi o strategici. Restano meno presenti nell’ICT, nella manifattura avanzata, nella tecnologia, nell’energia, nel deep tech, nelle filiere industriali ad alta intensità di capitale. Se il Recovery europeo sostiene l’imprenditoria femminile senza modificare questa distribuzione rischia di aumentare il numero delle imprese senza cambiare il loro peso economico.
Il sesto problema è l’informazione. Molte imprenditrici europee non conoscono i programmi pubblici disponibili o li percepiscono come troppo complessi. La burocrazia non è neutra: pesa di più sulle microimprese, sulle imprese giovani, su chi non ha consulenti, su chi lavora da sola, su chi ha meno capitale amministrativo e relazionale. Un bando complesso non esclude formalmente ma seleziona sostanzialmente.
Il bilancio europeo è dunque ambivalente
Il PNRR ha migliorato la visibilità dell’imprenditoria femminile, ha inserito la parità dentro la ripresa, ha finanziato strumenti importanti, ha collegato donne, lavoro, cura, digitale e impresa. Non ha costruito un vero mercato europeo dell’opportunità imprenditoriale femminile. Non ha reso ordinario ciò che resta straordinario: una donna che accede al capitale, scala un’impresa, entra nella tecnologia, esporta, guida filiere, partecipa alla transizione verde e digitale.
Il Recovery ha avuto un merito storico: ha mostrato che la ripresa non può essere neutra. Ora è necessario che l’Europa dimostri che anche la competitività non può esserlo.
