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Crisi energetica, fondi ESG e transizione verde

Marco Bartolelli e Miriam Masone

Marco Bartolelli e Miriam Masone

Marco Bartolelli economista e consulente senior attivo nei campi dell’economia sociale e circolare, della sostenibilità e dello sviluppo territoriale. Si occupa di progettazione strategica, fondi europei, innovazione organizzativa e valorizzazione dei territori, con particolare attenzione ai temi dell’agricoltura, dell’ambiente, della cultura e della governance dei sistemi complessi. È Vice Direttore del Dipartimento Management, Finanza Sostenibile ed economia circolare del Consorzio Universitario Humanitas. Miriam Masone redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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Dalla tempesta dei prezzi alla nuova occasione europea

L’inverno del 2022 è entrato nelle case prima ancora che arrivasse il freddo. Bollette raddoppiate, poi triplicate. Fabbriche costrette a ridurre i turni o a fermarsi. Filiere industriali che si spezzavano. Un continente che aveva costruito la sua prosperità su decenni di gas a buon mercato scopriva, all’improvviso, quanto fragile fosse quella convenienza.

La guerra in Ucraina non ha creato il problema, lo ha rivelato

Dietro la crisi c’erano fragilità stratificate nel tempo. Una dipendenza dal gas russo costruita in vent’anni di scelte miopi. Reti di distribuzione progettate per un mondo che non esiste più. Sistemi di accumulo quasi assenti. In diversi Paesi, l’abbandono del nucleare senza alternative pienamente consolidate. Quando la pressione geopolitica si è trasformata in crisi delle forniture, il conto è arrivato tutto insieme, e il conto era salato.

I prezzi del gas europeo hanno toccato livelli senza precedenti: il TTF — l’indice di riferimento europeo — ha superato i 300 euro per megawattora nell’agosto del 2022. Un valore che non aveva alcun parallelo nella storia recente del mercato continentale e che si è disaccoppiato nettamente dai prezzi americani, aprendo un divario competitivo brutale. Le aziende europee ad alta intensità energetica — chimica, siderurgia, metallurgia, vetro, ceramica — si sono trovate a operare con costi dell’energia strutturalmente più alti rispetto ai concorrenti americani e asiatici. L’effetto si è trasmesso a cascata: logistica, trasporti, agroalimentare, servizi. La crisi energetica è diventata crisi economica diffusa.

In quel passaggio è emersa una verità spesso sottovalutata: la transizione verde non è automatica. Senza infrastrutture adeguate, politica industriale e protezione sociale, la decarbonizzazione rischia di generare nuove disuguaglianze invece di ridurre quelle esistenti.

REPowerEU: l’Europa reagisce

Di fronte all’emergenza, l’Unione Europea ha risposto con una rapidità che in molti non si aspettavano. Nel maggio del 2022 la Commissione ha lanciato REPowerEU, il piano articolato su tre direttrici: diversificazione delle fonti di approvvigionamento, accelerazione delle rinnovabili, efficienza energetica. L’obiettivo dichiarato è porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi ben prima del 2030 — una formulazione più ambiziosa di una semplice scadenza decennale. Le risorse stimate per sostenere il piano ammontano a circa 210 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi entro il 2027, da mobilitare attraverso il dispositivo per la ripresa e la resilienza (NextGenerationEU) e altri strumenti europei.

I primi risultati sono arrivati in tempi relativamente brevi. Tra agosto 2022 e maggio 2024, il consumo di gas nell’UE è diminuito del 18% rispetto alla media dei cinque anni precedenti. Le importazioni di gas russo — che prima della crisi coprivano circa il 45% del fabbisogno europeo — sono scese al 13% nel 2025. Gli stoccaggi, rafforzati da nuovi obblighi normativi con riempimento obbligatorio al 90% entro il primo novembre, hanno raggiunto il 95% all’avvio della stagione 2024-2025, con la soglia del 90% già superata in agosto.

Sul fronte delle rinnovabili, i numeri raccontano un cambio di passo storico. Il 2023 è stato l’anno record per il fotovoltaico europeo: 56 gigawatt di nuova capacità installata, il 60% in più rispetto al 2021. Nel maggio del 2022, per la prima volta, eolico e solare hanno generato nell’UE più elettricità dei combustibili fossili. Nel 2024 le rinnovabili hanno coperto il 47,5% del consumo lordo di elettricità europea, con l’eolico al 17%, il solare all’11% e il carbone sceso per la prima volta sotto la soglia del 10%.

Sul piano normativo, il Consiglio ha approvato a gennaio 2026 un divieto graduale e giuridicamente vincolante sulle importazioni di gas russo: stop completo al GNL dalla fine del 2026, stop al gas via gasdotto dall’autunno del 2027. Una scelta strutturale, non una dichiarazione d’intenti. Nel febbraio 2025 la Commissione ha inoltre presentato un piano d’azione per un’energia a prezzi accessibili, con risparmi stimati in 45 miliardi di euro nel 2025, 130 miliardi annui entro il 2030 e 260 miliardi annui entro il 2040.

REPowerEU ha dimostrato che l’Europa sa muoversi in modo coordinato quando percepisce una minaccia sistemica. Il problema è che la minaccia non è ancora superata.

Il paradosso che resta

Più impianti rinnovabili. Meno gas russo. Stoccaggi pieni. E tuttavia i costi energetici per le imprese e i cittadini europei restano elevati rispetto ad altre grandi economie. Questo è il paradosso strutturale che la crisi ha portato in superficie.

Le reti di trasmissione e distribuzione -progettate per un sistema centralizzato basato su pochi grandi impianti fossili – non sono attrezzate per un modello energetico distribuito, variabile e interconnesso. In diversi Paesi esistono impianti rinnovabili già autorizzati che attendono la connessione. Linee elettriche ad alta tensione restano bloccate per anni tra ricorsi, opposizioni locali e iter amministrativi dilatati. Si produce energia pulita che non si riesce a trasportare dove serve.

Il target di REPowerEU per il 2030 – 1.236 gigawatt di capacità rinnovabile complessiva – appare raggiungibile sul versante fotovoltaico. Per l’eolico il percorso è più accidentato senza uno snellimento reale delle procedure e senza investimenti massicci nelle infrastrutture di rete, il gap tra capacità installata e capacità effettivamente integrata nel sistema rischia di crescere invece di ridursi. La partita energetica dei prossimi anni non si giocherà solo sui megawatt installati. Si giocherà sulla qualità del sistema che rende quei megawatt disponibili a cittadini e imprese.

Il Fondo Sociale per il Clima: l’equità come condizione

C’è un piano di questa crisi che i numeri sull’energia non catturano: chi ha pagato di più. Le famiglie in affitto che non possono ristrutturare casa. I lavoratori pendolari che non possono permettersi un veicolo elettrico. Le microimprese, che non hanno margini per assorbire i rincari. In assenza di correttivi espliciti, la decarbonizzazione rischia di essere pagata da chi può meno permettersela e di generare un risentimento che, sul piano politico, si è già visto in molte tornate elettorali europee.

Da questa consapevolezza nasce il Fondo Sociale per il Clima. La dotazione complessiva è di 86,7 miliardi di euro per il periodo 2026-2032: 65 miliardi a carico dell’Unione, con un cofinanziamento nazionale minimo del 25%. Il meccanismo è collegato all’ETS2 – il sistema di scambio delle quote di emissioni esteso agli edifici e ai trasporti su strada – che entrerà in vigore nel 2027. Nella fase di avvio, il Fondo è alimentato anche dall’asta di 50 milioni di quote del sistema ETS già esistente. L’ammontare effettivo in euro dipenderà dai prezzi delle quote e dai limiti annuali di assegnazione.

Gli Stati membri devono presentare Piani Sociali per il Clima con misure concrete per famiglie vulnerabili, microimprese e utenti a basso reddito: riqualificazione energetica degli edifici, accesso alle rinnovabili, mobilità sostenibile. La logica è precisa e risiede nella “S” di ESG – la dimensione sociale – che non è un ornamento dell’agenda climatica, né è una condizione di legittimità politica, perchè senza di essa la transizione genera consenso solo tra chi può permettersela e risentimento tra chi non può.

La competizione globale: due modelli a confronto

La crisi energetica europea non è un fatto isolato. Si inscrive in una competizione geopolitica per la leadership della transizione che oppone, nei fatti, due modelli industriali alternativi.

Il modello americano

L’Inflation Reduction Act combina misure sul deficit, sulla sanità e un grande pacchetto di incentivi per l’energia pulita. Insieme alla Bipartisan Infrastructure Law e al CHIPS & Science Act, ha ridisegnato la politica industriale americana con un approccio interventista diretto: crediti fiscali, reshoring manifatturiero, attrazione di filiere strategiche. L’impatto in Europa è stato immediato: Tesla ha ridimensionato i piani per la produzione di celle batteria in Germania privilegiando la catena americana; nel caso Volkswagen, la prospettiva di incentivi potenziali stimati fino a circa 10 miliardi di euro ha orientato la valutazione dei nuovi investimenti verso il Nord America. Non si tratta di investimenti semplicemente “dirottati”, ma di scelte industriali razionali di fronte a un differenziale di incentivi che l’Europa, per ora, non riesce a colmare.

Con la seconda presidenza Trump, avviata il 20 gennaio 2025, la politica energetica federale ha segnato una svolta pro-fossile. Parte dei flussi di spesa collegati alle leggi climatiche è stata rivista o sospesa. Tuttavia, molti fondi erano già impegnati, e contenziosi legali ne condizionano lo smantellamento. Sul piano dei mercati, eolico e solare restano tra le tecnologie con i costi di nuova installazione più competitivi in termini di LCOE: i meccanismi economici stanno prevalendo sulle scelte politiche.

Il modello cinese

La Cina si muove con una logica diversa: pianificazione di lungo periodo, controllo delle filiere, scala produttiva senza precedenti. Pechino mantiene una forte dipendenza dal carbone e pesa da sola per circa un terzo delle emissioni globali di CO₂ da combustione. Eppure, sul versante delle rinnovabili, le sue dimensioni sono difficilmente comparabili con qualsiasi altro attore. Solo nel 2025 le nuove installazioni di eolico e fotovoltaico hanno superato i 430 gigawatt, portando la capacità cumulata complessiva oltre 1,8 terawatt, di cui 1,2 TW di solo fotovoltaico.

Dietro questi numeri c’è una strategia industriale di lungo respiro: secondo IRENA, la Cina ha rappresentato l’80% degli investimenti globali in impianti manifatturieri per le tecnologie di filiera – solare, eolico, batterie, idrogeno – tra il 2018 e il 2024. La capacità manifatturiera cinese di pannelli solari ha generato un eccesso strutturale di offerta rispetto alla domanda globale, con effetti deflattivi sui prezzi che mettono sotto pressione la competitività europea nel settore. La Cina dimostra che la transizione energetica non è solo una questione ambientale. È, prima di tutto, una questione di potere industriale.

Una corsa a due velocità: il rischio della frattura

I dati aggregati sugli investimenti mondiali disegnano una transizione accelerata ma profondamente asimmetrica. Nel 2024 gli investimenti globali nella transizione energetica hanno raggiunto 2,4 trilioni di dollari – il 20% in più rispetto alla media del biennio 2022-2023 – con circa 807 miliardi destinati direttamente alle tecnologie rinnovabili. Eppure il 90% di queste risorse resta concentrato tra le economie avanzate e la Cina, escludendo di fatto i mercati emergenti.

L’Europa si trova in una posizione ibrida: avanzata sul piano normativo, in crescita nella generazione rinnovabile, ma strutturalmente in ritardo sulle infrastrutture e priva degli strumenti fiscali comuni necessari per competere alla pari con Washington e Pechino. Il Green Deal Industrial Plan – la risposta europea all’IRA americano – non ha previsto nuovi fondi comuni, limitandosi ad allargare gli aiuti di Stato e a riorientare strumenti esistenti. Paesi come Germania e Paesi Bassi hanno bloccato qualsiasi ipotesi di nuovo debito condiviso. Il risultato è una risposta frammentata, che delega agli Stati nazionali la competizione per attrarre investimenti, con rischi di distorsioni interne al mercato unico.

La mancanza di una fiscalità comune europea è il grande nodo irrisolto. E il tempo per scioglierlo non è illimitato.

L’occasione che la crisi ha aperto

Eppure – ed è qui che il quadro si rovescia – la crisi energetica ha prodotto qualcosa di inatteso: ha accelerato cambiamenti che in tempi ordinari avrebbero richiesto molti più anni.

Ha reso evidente, in modo definitivo, che dipendere da un singolo fornitore di combustibili fossili è un rischio strategico insostenibile. Ha dimostrato che le energie rinnovabili non sono solo una scelta ambientale, sono una leva di autonomia, stabilità dei prezzi e competitività industriale. Ha costretto gli Stati membri a coordinare politiche energetiche che per decenni erano rimaste gelosamente nazionali. Ha prodotto, con il Fondo Sociale per il Clima, lo strumento di politica energetica più avanzato che l’Unione abbia mai disegnato nella sua dimensione ESG integrata (ambientale, sociale e di governance).

L’Europa possiede asset che nessun altro blocco ha nella stessa combinazione: capacità tecnologica e industriale, qualità delle istituzioni, mercato unico, finanza avanzata, capitale umano, leadership normativa globale e una crescente sensibilità sociale verso l’equità della transizione. La sua complessità istituzionale – che pure rallenta le decisioni – garantisce standard di governance e attenzione alle ricadute distributive che i modelli americano e cinese faticano a replicare.

La sfida che resta aperta non è costruire più impianti rinnovabili. È costruire, prima che la finestra competitiva si chiuda, il modello industriale, finanziario e sociale della nuova economia dell’energia: reti adeguate, permessi più rapidi, una fiscalità comune che permetta di competere, e una dimensione sociale che trasformi la transizione da onere per i più vulnerabili in opportunità condivisa.

La tempesta energetica ha mostrato i limiti del vecchio modello. La transizione verde può diventare l’inizio del nuovo a condizione che l’Europa smetta di trattarla come un costo da gestire e inizi a governarla come un’occasione da costruire.

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