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Automotive, 631 milioni per ricerca e sviluppo

Roberta Morosini

Roberta Morosini

Responsabile Centro Studi di Sef Consulting e co-founder del progetto Carta Rosa per l'impresa e l'empowerment femminile
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La nuova finestra Mimit dispone di risorse quasi tre volte superiori a quelle dello sportello del 2022. Sale al 40% la quota riservata al Mezzogiorno e cambia il perimetro tecnologico: entrano batterie, intelligenza artificiale, Software Defined Vehicle e tecnologie dual use. Restano progetti da 5 a 40 milioni e le intensità di aiuto del precedente regime.

Gli Accordi per l’innovazione tornano nella filiera automotive con 631,015 milioni di euro e uno sportello che aprirà il 25 novembre 2026. È il secondo intervento specificamente dedicato al settore costruito sulla disciplina del decreto ministeriale 31 dicembre 2021, dopo quello avviato nel novembre 2022 con una dotazione di 225 milioni. Il salto dimensionale delle risorse è il primo dato che distingue le due operazioni, ma il decreto direttoriale del 17 settembre interviene anche sul campo tecnologico e su alcuni meccanismi di selezione delle domande.

Lo stanziamento deriva dal Dpcm 10 giugno 2026, che ridisegna l’impiego del Fondo automotive per il periodo 2026-2030 e destina 631.015.237 euro agli Accordi per l’innovazione. Il provvedimento si colloca nel piano con cui il Governo ha orientato una parte consistente delle risorse del Fondo verso gli incentivi all’offerta, attraverso Accordi e Mini-contratti di sviluppo. Sul piano normativo, tuttavia, il nuovo sportello automotive continua a fare riferimento al decreto del 31 dicembre 2021, e non alla disciplina generale degli Accordi per l’innovazione introdotta con il decreto ministeriale 4 settembre 2025.

La continuità si vede anzitutto nella dimensione dei progetti: sono ammissibili programmi di ricerca industriale e sviluppo sperimentale compresi tra 5 e 40 milioni di euro, con durata da 18 a 36 mesi. Possono partecipare imprese di qualsiasi dimensione con almeno due bilanci approvati, attive nell’industria, nell’artigianato, nei servizi all’industria e nella ricerca. I programmi possono essere realizzati congiuntamente, fino a cinque soggetti compreso il capofila, con la possibile presenza di organismi di ricerca.

Resta sostanzialmente invariata anche l’architettura finanziaria. Il contributo diretto alla spesa può arrivare al 50% dei costi di ricerca industriale e al 25% di quelli di sviluppo sperimentale. A questo può aggiungersi, per le imprese, un finanziamento agevolato fino al 20% dei costi complessivi del progetto, nel rispetto delle intensità massime previste dal Gber. Nei progetti condotti in collaborazione effettiva con organismi di ricerca il contributo può aumentare fino a dieci punti percentuali per Pmi e organismi di ricerca e fino a cinque punti per le grandi imprese e sono percentuali già presenti nello sportello automotive del 2022.

Dalle colonnine ai Software Defined Vehicle

Il cambiamento più significativo riguarda ciò che il Ministero intende oggi per innovazione automotive. Nel 2022 il decreto individuava cinque direttrici: nuovi veicoli e sistemi di propulsione a minori emissioni; alleggerimento attraverso materiali e architetture; componentistica meccanica, elettrica, elettronica e software; ADAS, connettività V2V e V2I, HMI e infotainment; infrastrutture di rifornimento e ricarica. Era un perimetro costruito attorno all’evoluzione del veicolo e della sua componentistica, in linea con i tempi.

Nel 2026 le aree diventano tre e la tassonomia è più vicina alle tecnologie che stanno ridisegnando la catena del valore. La prima comprende sviluppo, ingegnerizzazione, testing e produzione di nuovi veicoli e soluzioni di mobilità, con un richiamo espresso alle batterie e ai Battery Management System. La seconda copre componenti e tecnologie per la mobilità sostenibile, autonoma e connessa: trovano spazio l’intelligenza artificiale, i Software Defined Vehicle, i servizi digitali e il testing fisico e virtuale. La terza apre alla diversificazione e alla riconversione delle imprese automotive verso tecnologie ad alta intensità di ricerca, comprese quelle a potenziale dual use, purché sia dimostrabile un’interoperabilità tecnologica o funzionale con la mobilità sostenibile. Ogni progetto deve riferirsi a una sola area di intervento.

Il decreto delimita anche la filiera in modo più esplicito. Rientrano infatti ricerca, progettazione, ingegnerizzazione, produzione, assemblaggio, trasformazione, remanufacturing e manutenzione avanzata dei veicoli stradali e dei relativi sistemi e componenti. Restano fuori aeronautica, ferroviario e navale, così come le imprese che svolgono esclusivamente commercializzazione, distribuzione, intermediazione, noleggio o rivendita.

Cambia anche la platea rispetto al 2022. Nel vecchio sportello la disciplina comprendeva, tra i potenziali beneficiari, le imprese agro-industriali con attività prevalentemente industriale. Il decreto del settembre 2026 le esclude espressamente, insieme alle imprese agricole, dal nuovo intervento automotive.

Un’altra differenza è meno visibile, ma può incidere sulla costruzione dei programmi. Nel 2022 uno stesso soggetto poteva presentare una sola domanda in qualità di capofila. Le FAQ pubblicate per lo sportello 2026 chiariscono invece che un’impresa può essere capofila di più progetti; resta poi all’istruttoria verificare capacità tecnico-organizzativa e solidità economico-finanziaria rispetto agli impegni assunti su più fronti.

Al Sud la riserva sale dal 34 al 40%

Il nuovo stanziamento modifica anche la distribuzione territoriale. Il 40% delle risorse è riservato ai progetti localizzati nelle otto regioni del Mezzogiorno: Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna. Nel decreto del 2022 la quota era ferma al 34 per cento. Le somme della nuova riserva che dovessero restare inutilizzate sei mesi dopo l’apertura potranno essere destinate a iniziative del Centro-Nord.

Il precedente sportello offre qualche indicazione sulla pressione esercitata dalle domande. Aperto il 29 novembre 2022, arrivò all’esaurimento delle risorse per gran parte del Centro-Nord nel febbraio successivo, mentre dal 23 febbraio 2023 furono sospese le domande per Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Bolzano, Trento, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto, ma rimanevano disponibili le risorse dell’Accordo quadro del Piemonte e quelle destinate al Mezzogiorno. La finestra meridionale restò aperta più a lungo e fu sospesa soltanto dal 2 novembre 2023.

Non sarà comunque una gara sul minuto, come nel 2022 infatti, l’ordine è cronologico su base giornaliera e tutte le domande trasmesse nello stesso giorno sono considerate presentate nello stesso istante. Tuttavia, se le risorse residue non bastano a coprirle tutte, entra in gioco una graduatoria, ed è qui che la disciplina 2026 introduce una differenza tecnica: il decreto lega l’ordine della graduatoria al punteggio relativo alla solidità economico-finanziaria dei proponenti; nel 2022 il meccanismo considerava un insieme più ampio di indicatori relativi alle caratteristiche del soggetto e anche l’impatto del progetto. A parità di punteggio continua a prevalere il progetto con il costo più basso.

È un passaggio che rende i numeri di bilancio particolarmente sensibili già nella fase di accesso. Il progetto resta sottoposto a una successiva valutazione tecnica, economica e finanziaria (capacità organizzativa, qualità della proposta, grado di innovazione e ricadute industriali) ma, qualora le domande presentate nell’ultima giornata utile superino la disponibilità residua, la robustezza finanziaria può decidere quali iniziative entrano effettivamente in istruttoria.

La procedura di compilazione sarà disponibile dall’11 novembre. Regioni e altre amministrazioni pubbliche hanno tempo fino al 16 novembre per sottoscrivere eventuali Accordi quadro e aggiungere proprie risorse.

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