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Il dissesto idrogeologico – l’insieme dei fenomeni di rischio idraulico (alluvioni) e rischio geologico (frane) – non è solo una calamità naturale, ma una vera e propria emergenza strutturale che minaccia l’Italia.
A causa della sua conformazione geografica, delle pressioni antropiche e dell’intensificarsi degli eventi estremi legati ai cambiamenti climatici, circa il 94,5% dei Comuni italiani è esposto a rischio, con milioni di cittadini e un patrimonio inestimabile di beni culturali a rischio elevato (Dati ISPRA).
La strategia di difesa del suolo si è evoluta rapidamente negli ultimi anni passando da un approccio emergenziale a uno basato sulla prevenzione pianificata e sulla semplificazione normativa. A favorire questa transizione è stata l’istituzione della Struttura di missione «Italia Sicura» nel 2014, nata in collaborazione con Renzo Piano che ha formalizzato il passaggio a una gestione non più focalizzata sull’emergenza, ma sugli interventi strutturali e programmati.
L’azione di difesa del suolo risiede nella pianificazione di lungo periodo nel quadro normativo disciplinato in larga parte dal Decreto legislativo 49/2010, che recepisce la Direttiva europea alluvioni (2007/60/CE). Questo ha imposto l’obbligo di adottare i Piani di Gestione del rischio di alluvioni (PGRA), aggiornati ogni sei anni. Le Autorità di Bacino Distrettuali (AdB) – che sovrintendono alla pianificazione idrogeologica – sono le figure chiave. che gestiscono l’intero ciclo delle acque e coordinano la pianificazione territoriale. Misure legislative recenti, come il D.L. 186/2022, si sono concentrate sul rafforzamento degli organici e sull’attribuzione di maggiori risorse alle AdB, riconoscendo che una pianificazione efficace parte dal potenziamento di questi enti territoriali.
Negli ultimi anni, la necessità di dare attuazione rapida agli investimenti ha plasmato la legislazione verso la semplificazione amministrativa. Infatti nel PNRR, gli interventi contro il dissesto, sono stati elevati a «prioritari e di preminente interesse nazionale». Questo riconoscimento, supportato da decreti come il D.L. 77/2021, è stato fondamentale per accelerare l’iter autorizzativo e l’esecuzione dei lavori, rimuovendo i tradizionali ostacoli burocratici che hanno storicamente ritardato la messa in sicurezza del territorio. Parallelamente, la legislazione d’urgenza ha risposto alle crisi con il D.L. 13/2023 che ha permesso di accelerare gli interventi di messa in sicurezza urgenti e il Decreto Siccità (D.L. 39/2023) che ha legato indissolubilmente la gestione della scarsità idrica alla prevenzione del dissesto.
La sostenibilità finanziaria: oltre l’emergenza e il PNRR
I fondi stanziati sono centrali per la stabilità del sistema di prevenzione. Sebbene il PNRR abbia rappresentato uno stanziamento finanziario straordinario e temporaneo per l’avvio e l’accelerazione di centinaia di progetti, la vera sfida per l’Italia è garantire la sostenibilità finanziaria a lungo termine. Storicamente, la maggior parte delle risorse veniva attivata solo a seguito di eventi calamitosi in una logica emergenziale con fondi insufficienti per la manutenzione ordinaria e la realizzazione di opere preventive.
Attualmente la strategia si muove verso la creazione di fondi strutturali permanenti. L’obiettivo è superare la frammentazione delle risorse e assicurare finanziamenti costanti sia per gli interventi strutturali che per la manutenzione programmata del complesso idrografico e del dissesto franoso. Questo approccio non solo ottimizza l’uso delle risorse pubbliche, ma riduce drasticamente i costi futuri legati alle ricostruzioni post-disastro, trasformando la difesa del suolo da un costo passivo a un investimento attivo per la sicurezza e lo sviluppo del Paese.
Per il successo della strategia è il coordinamento interistituzionale. Il rischio idrogeologico richiede l’integrazione delle politiche non solo tra le AdB, ma anche con le Regioni, i Comuni e le Prefetture, in un dialogo continuo facilitato spesso dal dipartimento della Protezione Civile. L’efficacia della prevenzione, tuttavia, dipende in larga misura dalla manutenzione ordinaria e straordinaria delle opere esistenti e del territorio, inclusi i corsi d’acqua. In passato la carenza di risorse destinate alla manutenzione e la frammentazione delle competenze sui piccoli bacini idrografici hanno costituito una delle principali vulnerabilità del sistema, costringendo il Paese a intervenire in emergenza anziché in via preventiva.
Tecnologia e Nature based solution
L’elemento più innovativo della strategia italiana è l’adozione di un modello di Prevenzione 4.0, che integra la conoscenza scientifica con le più avanzate tecnologie. Questo approccio si fonda su un monitoraggio dinamico e in tempo reale, che utilizza una combinazione di sensori IoT, dati satellitari e sistemi di modellazione idrologica predittiva per alimentare i sistemi di allerta precoce.
L’ISPRA – Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – fornisce i dati aggiornati,come dimostrato dalla recente pubblicazione della nuova Mosaicatura nazionale delle aree a pericolosità da frana, essenziale per l’aggiornamento dei Piani di assetto idrogeologico.
Inoltre, è previsto anche l’impiego di piattaforme digitali come ReNDiS (Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) per la rendicontazione e il monitoraggio dei progetti chiude il ciclo, garantendo trasparenza ed efficacia nell’attuazione del vasto programma di interventi.
A livello operativo, la tendenza è l’adozione diffusa di Nature based solution (NBS), che superano l’esclusivo ricorso alle opere in cemento armato. Si tratta di interventi di riforestazione, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e creazione di casse di espansione naturali non solo mitigano il rischio, ma aumentano anche la capacità di resilienza ecologica del territorio.
Questa strategia è parte integrante della transizione ecologica italiana con il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) che svolge un ruolo di coordinamento per assicurare che la difesa del suolo sia vista come un elemento cruciale e non più settoriale, contro l’aggravarsi del rischio dovuto al consumo indiscriminato di territorio.
