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Startup europee, in arrivo il ‘28th regime’

Alessandra Carlo

Alessandra Carlo

Laureata in Giurisprudenza all'Università Cattolica del Sacro Cuore con esperienze maturate nell'ambito della professione forense. Fa parte del Centro Studi di Sef Consulting
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Aprire una startup a Berlino, cercare investitori a Milano, assumere talenti a Barcellona e poi sbarcare a Parigi. Un percorso teoricamente naturale in un contesto come l’Unione europea eppure concretamente lungo e difficile. Ogni Paese ha le sue regole, spesso complesse e poco compatibili tra loro.

Chiunque abbia provato a fondare una startup europea lo sa: il mercato unico, in realtà, non è così unico. Dietro lo slogan dell’integrazione si nasconde un mosaico di 27 cornici legali diverse, ognuna con i propri adempimenti, tempi, costi e incertezze. E se un’impresa innovativa decide di scalare oltre confine deve ogni volta reinventarsi giuridicamente.

Ecco perché, nelle conclusioni del Consiglio europeo del marzo 2025 è arrivata la richiesta alla Commissione: proporre un set unico e armonizzato di regole societarie valide in tutta l’UE. Una risposta politica a un’urgenza reale: trattenere in Europa talenti e capitali offrendo alle imprese innovative la stessa prevedibilità che trovano oggi nel Delaware o a Londra.

Il “28th regime”, la risposta a questa esigenza, punta a ribaltare la complessità europea attuale ponendo alcuni pilastri fondamentali: ridurre frammentazione e costi di compliance, portare registrazioni e operazioni societarie online (anche grazie a BRIS, all’EUID e a un EU Company Certificate – certificato UE della società), fissare come target la costituzione in circa 48 ore e rendere più agevoli gli aumenti di capitale e i trasferimenti di azioni per attrarre investimenti. Tutto ciò con un regime progressivo e modulare, “digital-by-default” e complementare ad altre iniziative (come l’European Innovation Act e l’European Business Wallet – Portafoglio europeo delle imprese).

Un’Europa più semplice per innovare

Secondo gli analisti il “28th regime” potrà rendere l’Europa più attrattiva per gli investitori globali avvicinandola ai modelli di Stati Uniti e Asia. Ridurre i costi di avvio e semplificare l’accesso ai capitali è visto come un passo necessario per colmare il divario di competitività. Non mancano però le perplessità: alcuni esperti avvertono che servirà un forte coordinamento con le leggi nazionali, soprattutto su lavoro e fisco. Altri temono il rischio di “forum shopping”: le aziende potrebbero scegliere il Paese più conveniente solo per motivi normativi generando squilibri tra Stati membri.

Le prossime tappe

La Commissione Europea ha annunciato l’intenzione di presentare la proposta legislativa sul “28th regime” entro il primo trimestre del 2026, dopo aver completato la valutazione d’impatto e analizzato i risultati della consultazione pubblica che si chiude il 30 settembre 2025 (leggi anche qui) Da quel momento il testo dovrà essere discusso dal Parlamento europeo e dal Consiglio in un confronto che cercherà di bilanciare la semplificazione invocata dalle imprese con la tutela delle competenze nazionali in materia di diritto societario, lavoro e fisco.

L’adozione non sarà automatica né immediata ma passerà per negoziati e possibili aggiustamenti. Se approvato, il “28th regime” entrerà in vigore come regime opzionale: nessuna impresa sarà obbligata a utilizzarlo ma potrà farlo chi sceglierà di crescere con una cornice davvero europea, riconosciuta in tutti gli Stati membri e costruita per agevolare l’espansione internazionale delle startup e delle scale-up.

Il contesto: la Competitiveness compass 2025

Il progetto è parte della “Competitiveness Compass 2025”, roadmap strategica presentata nel gennaio 2025 dalla Commissione Europea con l’obiettivo di rilanciare il dinamismo e la crescita economica del continente. Basata sulle raccomandazioni elaborate nell’autunno 2024 da Mario Draghi, questa strategia punta a colmare il ritardo dell’UE rispetto a potenze come gli Stati Uniti e la Cina.

La “Competitiveness Compass 2025” si muove all’interno di tre ambiti chiave definiti come esigenze trasformative fondamentali: colmare il divario di innovazione promuovendo settori strategici come IA, biotecnologie, spazio, startup e scale-up; decarbonizzazione senza compromettere la competitività garantendo energia accessibile e stimolando un’industria pulita; accrescimento della sicurezza e riduzione delle dipendenze strategiche rafforzando la resilienza in settori critici come infrastrutture digitali, farmaceutiche, AI.

Per sostenere la competitività su tutti i fronti la “Competitiveness Compass 2025” individua cinque leve strategiche: semplificazione delle procedure burocratiche, rimozione delle barriere nel mercato unico; finanziamento mirato della competitività; potenziamento delle competenze e posti di lavoro qualificati; miglior coordinamento tra politiche UE e nazionali.

La “Competitiveness Compass 2025” si dimostra essere quindi il contesto natale ideale per l’iniziativa del “28th regime” in quanto entrambi mirano a digitalizzazione e semplificazione delle regole per le imprese, rafforzamento del mercato unico, sostegno all’innovazione e all’accesso ai capitali.

Verso la Delaware europea: l’analisi dei feedback sul ‘28th regime’ dell’UE

La consultazione ha già raccolto 210 contributi validati pubblicati sulla pagina ufficiale, mentre il portale dell’iniziativa mostra oltre 600 feedback complessivi se si considerano anche altre fasi e canali di partecipazione. Founder, venture capitalist, associazioni, accademici, giuristi, autorità nazionali e parti sociali hanno offerto una fotografia unica delle esigenze delle startup e della visione imprenditoriale europea dal punto di vista degli imprenditori stessi.

Tre parole chiave ricorrono in decine di feedback: semplicità, digitalizzazione, riconoscibilità. Il messaggio è straordinariamente netto e univoco: una sola forma societaria europea, digitale e riconosciuta ovunque. Le richieste più frequenti sono: costituzione online rapida (target 24/48 ore) con forte riduzione di adempimenti e burocrazia; statuti e documentazione in inglese come lingua standard per facilitare i round internazionali, con possibilità di supporto da strumenti di traduzione automatica basati su AI per garantire l’accessibilità in tutte le lingue nazionali; regole armonizzate per stock option e cap table digitali accessibili ovunque; registro europeo centralizzato con dati accessibili e API aperte per servizi legali e fintech; tutela del potere dei founder per evitare derive di governance che penalizzino chi crea le imprese; non da ultimo la possibilità di liquidare o chiudere rapidamente una società senza passività entro 48 ore.

I commenti di venture capital, mondo accademico, sindacati e autorità nazionali

Dal mondo del venture capital arrivano richieste chiare: prevedibilità dei diritti economici e politici; categorie di azioni standardizzate (ordinarie, privilegiate, con opzioni); due diligence semplificata grazie a un’identità societaria unica e certificata; trasferimenti di quote rapidi senza notai.

Diversi contributi dal mondo accademico vedono il “28th regime” come un laboratorio regolatorio europeo. Tra le proposte ricorrenti: stabilire KPI di monitoraggio (tempo medio di costituzione, costo amministrativo, mobilità transfrontaliera, tasso di adozione del regime); definire una base giuridica chiara (art. 352 TFUE per una nuova forma UE o artt. 50/114 per una forma nazionale armonizzata); evitare il rischio di “gold plating” da parte degli Stati membri: se introdotto via direttiva, ogni Paese potrebbe aggiungere complicazioni, tradendo lo spirito originario.

Sindacati e autorità nazionali pongono invece attenzione su due aspetti fondamentali: tutela del lavoro, il regime non deve diventare un modo per aggirare le normative nazionali su salari, contratti e previdenza; fisco, molti avvertono che le differenze fiscali rimarranno, e che serve chiarezza sul coordinamento con i sistemi nazionali.

Altri feedback di particolare interesse offrono spunti originali: numero unico europeo per società e IVA riducendo al minimo gli adempimenti; “Dormant mode” per microimprese sotto soglia, con reporting ridotto; registro trasparente dei poteri di firma per limitare i rischi di frodi; meccanismi contro “bad board behaviour” per tutelare i fondatori da abusi nei board.

I commenti delle imprese

Oltre alle categorie già citate dai feedback emergono contributi specifici di imprese che arricchiscono notevolmente il quadro. FINCO Federazione (Italia) sottolinea l’urgenza di regole europee uniformi per evitare ritardi e pratiche scorrette nei pagamenti B2B, chiedendo termini standard di 30 giorni. tema ribadito anche da altre associazioni di PMI, Camere di Commercio locali e network di startup. Carbon13 (Germania) propone l’incorporazione “one-click” online entro 24 ore, un numero fiscale unico valido in tutta l’UE e standard contabili semplificati per microimprese sotto i 500 mila euro.

Nexcomply (Italia) richiama invece il ruolo delle tecnologie blockchain e Web3 come strumenti di trasparenza e raccolta di capitale. Orientamento condiviso anche da altri attori che vedono in blockchain, Web3 e AI un supporto chiave per la compliance societaria. Dal fronte degli investitori si distinguono Angel Invest e SGLB GmbH (Germania), favorevoli alla creazione di un “EU Inc” semplice e riconosciuto a livello globale, mentre la fintech francese LinkCy insiste sulla necessità di uno standard legale unico senza margini di adattamento nazionale. Schrott24 GmbH (Germania) e Myriad (Belgio) portano casi concreti di round di venture capital ostacolati dalla frammentazione normativa. Infine Techhub Europe GmbH (Germania) ed Energy Communities (Estonia) propongono l’inclusione della steward-ownership come modello innovativo di governance.

Opportunità ma anche rischi: le avvertenze al ‘28th regime’

Accanto all’entusiasmo diffuso diversi osservatori richiamano l’attenzione su alcune criticità da non sottovalutare. Il primo timore riguarda il possibile forum shopping, ossia la tendenza delle imprese a scegliere il Paese con il quadro applicativo più permissivo generando squilibri nel mercato unico. Un secondo nodo è la compatibilità con i regimi fiscali, fallimentari e del lavoro nazionali: senza un coordinamento efficace il rischio è che il “28th regime” rimanga una corsia veloce che però si scontra con normative locali divergenti.

Non manca poi il dibattito sull’uso della lingua inglese: se da molti è vista come requisito indispensabile per attrarre investimenti globali altri temono impatti culturali e giuridici sulle tradizioni nazionali. Infine, se la misura venisse introdotta tramite direttiva, c’è chi paventa il pericolo di gold plating, cioè di aggiunte e complicazioni nazionali che finirebbero per tradire lo spirito originario di semplificazione.

Un consenso raro per un cambiamento tangibile

Non è frequente che una consultazione pubblica raccolga un consenso così ampio su alcuni punti fondamentali. Le imprese, piccole e grandi, chiedono regole chiare, semplici e digitali. Gli investitori vogliono standard prevedibili. Accademici e autorità invocano sicurezza giuridica e coordinamento.

Le voci sono sorprendentemente concordi e fanno da monito ai legislatori: se l’Europa vuole davvero diventare la “Delaware delle startup” questa è la finestra politica per farlo. La sfida sarà tradurre le attese in un quadro normativo credibile capace di coniugare semplicità e garanzie, velocità e tutele, digitalizzazione e coerenza con i sistemi nazionali. Se riuscirà, il “28th regime” non sarà soltanto una riforma giuridica ma il segnale tangibile di un’Europa che sceglie di mettere l’innovazione al centro del suo futuro economico.

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