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Patrimonio immateriale, l’Icomos mette al centro le comunità

Redazione Acta Non Verba

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Studiosi e operatori di 25 Paesi discutono a Villa Rufolo di come saperi, riti e pratiche tradizionali tengano in vita monumenti e paesaggi esposti a clima, migrazioni e conflitti. Nel programma i Ceri di Gubbio e il quartiere Tamburi di Taranto accanto al Libano meridionale, ad Aden e al Nagorno-Karabakh.

Dal 9 all’11 novembre Villa Rufolo, a Ravello, ospita il simposio internazionale «Il ruolo delle comunità locali nella salvaguardia del patrimonio culturale immateriale nei complessi monumentali e nei monumenti», promosso dal Comitato scientifico internazionale per il patrimonio culturale immateriale (Icich) dell’Icomos con il Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali e Icomos Italia. L’Icomos, il Consiglio internazionale dei monumenti e dei siti, è l’organizzazione non governativa che affianca l’Unesco come organo consultivo della Convenzione sul patrimonio mondiale. Il confronto parte dalla Carta internazionale sui siti con patrimonio culturale immateriale, che l’Icich ha preparato e l’assemblea generale dell’Icomos ha adottato nel novembre 2024 a Ouro Preto, in Brasile. Il testo riconosce il patrimonio immateriale come parte integrante di quello legato ai luoghi e affida alle comunità locali il ruolo di custodi delle conoscenze, delle pratiche e dei valori che danno significato a monumenti e complessi storici.

Secondo gli organizzatori queste comunità sono indispensabili per tenere insieme patrimonio materiale e immateriale e per costruire strategie di adattamento radicate nell’esperienza vissuta, in una fase in cui cambiamento climatico, migrazioni e conflitti mettono sotto pressione entrambi. Il programma conta 44 relazioni, 12 dedicate a esperienze italiane e 32 distribuite in quattro sessioni internazionali, sulla Carta, su identità, creatività e resilienza, sul salvataggio del patrimonio e il dialogo interculturale e sul lavoro dei professionisti. L’Italia è stata scelta come Paese ospitante per la lunga esperienza nel conciliare conservazione e sviluppo, e il tema la riguarda da vicino, perché secondo il Rapporto Bes 2026 dell’Istat conta 20 elementi iscritti nelle liste Unesco del patrimonio culturale immateriale, l’ultimo dei quali, dal 2025, è la cucina italiana. Per l’Icich, presieduto dal cileno Ángel Cabeza Monteira, l’appuntamento serve anche a rafforzare la propria organizzazione interna.

I lavori si aprono con le Paranze di Pagani, presentate dalla soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio di Salerno e Avellino, Anna Onesti. La loro tammurriata appartiene al genere dell’Agro nocerino-sarnese, con proprie peculiarità musicali e coreutiche, e si riconosce dalla «fronna», l’invocazione vocale che precede i canti, scanditi dai tamburi a cornice e accompagnati da castagnette, putipù, scetavajasse e triccheballacche, oltre che da fisarmonica e organetto, mentre le coppie danzano seguendo il ritmo dettato dai cantori. Già all’inizio degli anni Cinquanta l’etnomusicologo statunitense Alan Lomax ne documentò la «pizzica-tarantella di campagna», poi studiata da Roberto De Simone negli anni Settanta.

Il pomeriggio della prima giornata, coordinato dal presidente di Icomos Italia Maurizio Di Stefano, raccoglie i contributi italiani. Anna Onesti e Fusco Girard illustrano l’approccio ibrido con cui la soprintendenza di Salerno e Avellino lavora insieme alle comunità, mentre altri gruppi di ricerca presentano le reti di custodi nel Salento, in Basilicata e in Sabina, il modello Borghi, la street art nei centri di provincia e le pratiche di co-progettazione culturale tra Firenze e Arezzo. Un filo attraversa più giornate e porta a Gubbio, il cui Comune sostiene il simposio. Marco Marchetti racconta la Festa dei Ceri come rito di una comunità e identità di una città, e il giorno dopo Patrizia Biscarini la segue fino a Jessup, in Pennsylvania, dove la festa si ripete grazie a una comunità di origine eugubina che tiene vive le proprie radici. Nell’ultima giornata Giuseppe Barbalinardo propone di «rovesciare un paradigma» e di leggere come ecomuseo il quartiere Tamburi di Taranto, cresciuto a ridosso dell’acciaieria ex Ilva.

Le sessioni internazionali spostano il discorso sui luoghi dove il patrimonio vivo è più esposto. Un gruppo di ricerca libanese guidato da Nermine Faour e Leen Dirani presenta le conoscenze agricole tradizionali del Libano meridionale come «sapere del ritorno», Mohammed Ba Nafea il Cinema Arwa di Aden, nello Yemen, come modello di rinascita degli spazi storici dopo il conflitto, ed Elina Mkhitaryan le difficoltà di salvaguardare tradizioni e pratiche dopo lo sfollamento forzato dell’intera popolazione armena del Nagorno-Karabakh. Accanto a questi casi ci sono la Vecchia Moschea di Negash, nel Tigray etiopico, studiata da un’équipe polacca insieme alla comunità locale, le pratiche performative di Angkor, i castelli dei Lusignano a Cipro, riattivati con il racconto partecipativo dei bambini e con l’intelligenza artificiale come strumento di mediazione dei conflitti, e le coperture mudéjar del Cinquecento in Messico, che si conservano grazie ai saperi tradizionali dei carpentieri. Il legame più diretto con l’economia arriva dal Mozambico, con la relazione di Abacilar Simbini sul passaggio dalla salvaguardia al valore creativo attraverso la proprietà intellettuale e l’innovazione nei media, mentre Giuseppina Padeletti porta le azioni sul campo per difendere il patrimonio immateriale dagli effetti del cambiamento climatico.

Alla cerimonia di apertura intervengono il sindaco di Ravello, Paolo Vuilleumier, il presidente del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali Alfonso Andria, il direttore dell’Istituto centrale per il patrimonio immateriale del ministero della Cultura, Leandro Ventura e Valentina Parisi, senior advisor del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Il simposio, coordinato da Carla Maurano dell’Icich, ha il sostegno della Regione Campania, dei Comuni di Ravello e Gubbio, della Camera di Commercio di Salerno e della Fondazione Ravello e il patrocinio della Fondazione Carisal.

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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