|
Preferisci ascoltare? Clicca play!
Getting your Trinity Audio player ready...
|
La Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2028 è Civita di Bagnoregio con Bolsena. Il dossier «La città delle fragilità creative» di Pozzuoli era pensato per durare oltre la competizione con un piano economico fino al 2031, una rete di partner e il primo distretto armonico di arte contemporanea.
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha proclamato questa mattina Civita di Bagnoregio, in aggregazione con Bolsena, Capitale italiana dell’Arte Contemporanea 2028 con il dossier «Arte che viene, arte che va». Alla vincitrice andrà un contributo di un milione di euro per realizzare il programma presentato. Pozzuoli, finalista insieme a Capri e Padova, non ha ottenuto il titolo.
È un esito che merita rispetto, e che offre anche una prospettiva interessante. La giuria ha premiato un altro territorio fragile, un borgo che da secoli convive con l’erosione del suolo e con la scomparsa. La fragilità come materia di un progetto culturale, il tema su cui Pozzuoli aveva costruito la propria candidatura, è stata dunque riconosciuta come centrale. Per la città flegrea, adesso, la domanda è «Che cosa resta di un dossier quando il titolo va altrove?».
«Indipendentemente dall’esito»
La risposta, in realtà, la squadra di Pozzuoli 2028 l’aveva già data davanti alla giuria, durante l’audizione dell’8 ottobre al Collegio Romano. Pierpaolo Forte, presidente del comitato scientifico, lo aveva detto con chiarezza: «Quello di cui stiamo parlando è un progetto di città che riguarda la città, indipendentemente dall’esito che avrà questa competizione». E aveva aggiunto che proprio questo deve essere uno degli effetti di competizioni come le capitali culturali, generare progetti che continuano a vivere anche dopo la proclamazione.
Due settimane fa, intervistato da Acta Non Verba, il direttore del progetto Paolo Lubrano aveva messo in conto anche questo scenario: «Se ci saremo sbagliati, la commissione ce lo dirà […] e noi faremo tesoro di quel giudizio. Ma se non ci saremo sbagliati, spero che continueremo a farci questa domanda per tutti i prossimi due anni. E anche oltre».
Tre voci per una visione di sviluppo
Ad aprire l’audizione era stata la vicesindaca Maria Magliulo, che nella giunta di Gigi Manzoni ha la delega alle attività produttive e allo sviluppo economico. «Pozzuoli è una città che respira due volte, la prima per liberarsi dall’affanno e la seconda per esprimere il suo magma creativo», aveva detto, indicando come esempio il Rione Terra, abbandonato negli anni Sessanta a causa del bradisismo e, oggi, pronto a diventare un centro di sviluppo economico, sociale, culturale e turistico. Per l’amministrazione la candidatura era prima di tutto un impegno verso la città, «Siglare un patto con i cittadini. Dire a ciascuno di loro che le nostre ferite non sono sinonimo di debolezza, ma la nostra risorsa più preziosa». Poi Magliulo si era rivolta alla giuria con una domanda quasi retorica: «Cosa vi può essere oggigiorno di più giusto che utilizzare l’arte come collante sociale, gli artisti come profeti dell’antico che si fonde nel nuovo e i linguaggi creativi come motore economico e sociale per un territorio che mette a disposizione bellezza, storia e ascolto?»
Paolo Lubrano aveva costruito il proprio intervento attorno a un precedente che parla proprio di sviluppo, quello di Adriano Olivetti, che scelse Pozzuoli per dimostrare «che l’industria può essere il motore della rigenerazione sociale e culturale di un territorio e che il profitto acquista senso soltanto quando viene reinvestito nel benessere collettivo e nella crescita umana». «Esattamente questo è il compito di cui oggi vogliamo investire l’arte», aveva chiarito, descrivendo Pozzuoli come «un laboratorio di coesione, di rigenerazione sociale, di rigenerazione psichica». L’obiettivo dichiarato era trasformare la risposta della città alle esperienze degli ultimi anni «in un progetto permanente». E una sua frase, oggi, suona come un impegno: «Pozzuoli capitale dell’arte contemporanea 2028 è già qui».
Luigi Pingitore, responsabile della narrazione, aveva offerto la chiave per leggere anche il risultato di oggi. «Noi siamo la città della crisi e del caos», aveva detto, ricordando che per i greci la crisi era anche il momento della decisione, quello in cui si separa ciò che ha valore da ciò che è giusto lasciare andare, e che il caos era «quello spazio nuovo che si apriva per fare in modo che ogni nuova possibilità potesse essere immaginata». Pingitore aveva legato la candidatura al rapporto tra la città e la sua costa: «Vogliamo credere che sarà l’arte a curare questa amnesia per cui oggi molti puteolani vivono accanto al proprio mare senza rendersene conto». E aveva indicato la direzione: «È necessario affiancare al capitale economico il capitale creativo».
Sono parole pronunciate per convincere una giuria, ma descrivono un percorso che la città può proseguire anche senza il titolo.
Un progetto costruito per durare
Le scelte contenute nel dossier vanno lette in questa chiave. Il modello di gestione è una «fondazione di partecipazione», che Forte aveva definito «il modello più impegnativo, ma nello stesso tempo proprio per questo anche quello che ha più garanzie di solidità, di durata». Attorno alla fondazione si è formata una rete che comprende la Regione Campania, la Città metropolitana, la Diocesi di Pozzuoli, le Università Federico II e L’Orientale di Napoli, l’Ingv, il Cnr, l’Ente Parco regionale e il Parco archeologico dei Campi Flegrei, fondazioni private e imprese del territorio, alcune delle quali hanno firmato lettere di impegno allegate al dossier. A questi si aggiungono 15 partner e 15 città dell’area metropolitana.
Un ruolo particolare spetta alla Diocesi di Pozzuoli, che ha sostenuto il progetto attraverso padre Roberto Della Rocca, direttore dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici e dell’Edilizia di Culto. La Diocesi custodisce infatti una parte rilevante dei luoghi e dei beni della città e una lunga storia, quella del cristianesimo a Pozzuoli.
Anche l’orizzonte temporale va oltre il 2028. «La proposta di costo di gestione è stata tarata fino al 2031», aveva ricordato Forte, con un’attenzione costante alla manutenzione e un osservatorio dell’inclusione pensato per evitare che l’arte contemporanea resti un fenomeno di élite. Il piano prevede 30 indicatori di prestazione e una misurazione certificata dell’impatto sociale. Sono strumenti che servono a governare un processo nel tempo, e che restano validi anche senza il titolo.
Si tratta di avviare un’economia della cultura, non un evento.
Il distretto armonico, oltre la proclamazione
La base economica della proposta è il modello illustrato all’audizione da Errico Formichella, CEO di SEF Consulting, che ne ha curato l’impianto di impatto e gli economics. Il bilancio presentato alla giuria è di 5 milioni di euro fino al 2031, di cui il contributo ministeriale avrebbe rappresentato solo una parte. «La maggior parte dell’investimento sarà legata alla raccolta di fondi pubblici attraverso le relazioni che stiamo mettendo in piedi con gli enti del territorio, quindi Regione e altre istituzioni», aveva spiegato Formichella, indicando anche la raccolta privata, il crowdfunding, gli investimenti degli imprenditori e la finanza agevolata legata a bandi europei e nazionali, oltre all’Art bonus.
Sono fonti che, per loro natura, non dipendono dalla proclamazione di oggi. Ed è qui che il modello mostra la propria solidità. «Pozzuoli è una città sfrontata, che fa della sua fragilità la sua forza», aveva detto Formichella, annunciando l’obiettivo di creare «il primo distretto armonico di arte contemporanea», fondato sulla co-creazione di valore tra territorio, persone, ingegneria e arte.
Il modello è nato dalla collaborazione tra SEF Consulting e il Consorzio Universitario Humanitas, attraverso il Dipartimento di Beni Culturali, Architettonici e Turistici (BENI C.A.T.), che Gennaro Colangelo dirige insieme a Rocco Pezzimenti e nel cui Consiglio di Dipartimento siede lo stesso Formichella.
«Il Distretto Armonico Culturale Contemporaneo, il modello di co-creazione di valore che noi di SEF Consulting abbiamo sviluppato a supporto del dossier di candidatura di Pozzuoli 2028 all’arte contemporanea, curandone l’impianto d’impatto e gli economics, si lascia leggere in un solo disegno, ordinato per fasce – spiegano Errico Formichella e Gennaro Colangelo – Cinque logiche ne costituiscono le regole, cinque economie simultanee, tra le quali la conoscenza svolge funzione di volano, ne formano il motore. I quattro movimenti del bradisismo, abbassamento, innalzamento, riempimento, sfogo, prestano il loro lessico alla catena del cambiamento, lungo la quale il valore procede in sei stadi, dall’investimento creativo all’espansione. A fondamento, la misura con trenta indicatori in sei dimensioni ponderate e con soglie di attenzione definite in anticipo. L’esito cui tutto converge è uno: la co-creazione di valore con la propria comunità, non il programma di un anno, ma l’architettura di un’economia che lo genera… e accetta di esserne misurata. Acta non verba.»
Un’economia che genera il proprio programma e accetta di essere misurata è, per definizione, un’economia che non si esaurisce in un anno di eventi. Il titolo avrebbe accelerato il percorso. La sua assenza ne mette alla prova la tenuta, e il distretto è stato costruito proprio per affrontare questa prova.
Le fragilità come agenda di sviluppo
Molti dei contenuti del dossier, del resto, parlano già di un dopo. La squadra aveva presentato la candidatura come un ponte verso una Biennale delle fragilità creative, pensata come il «deposito» che il progetto lascerà sul territorio, e verso un patto delle città fragili, aperto ai territori che convivono con la forza della natura o con guerre e crisi civili, per il quale era già stato avviato un percorso diplomatico. Le 24 opere di arte pubblica previste nascono da un lavoro con gli abitanti dei quartieri, a partire dalle periferie sorte dall’emergenza degli anni Ottanta, come Monteruscello e Toiano.
C’è poi la dimensione più concreta, quella della sicurezza e della ricerca. All’audizione Gennaro Magliulo, ordinario di Tecnica delle costruzioni alla Federico II, aveva proposto di fare di Pozzuoli una vetrina delle innovazioni dell’ingegneria sismica sugli elementi non portanti, la causa principale per cui circa 6.000 persone oggi vivono fuori casa. È un’agenda che il bradisismo impone alla città in ogni caso, con o senza un titolo.
Anche il pubblico, la condizione che nessun finanziamento può comprare, esiste già. Panorama, la manifestazione del consorzio Italics che nel 2025 ha portato in città 45 gallerie e oltre 110 opere in cinque giorni, è stata secondo Lubrano «la dimostrazione che a Pozzuoli esiste un pubblico, esiste un desiderio, esiste una comunità pronta a partecipare».
La misura di una candidatura
Le competizioni come le capitali della cultura producono un vincitore, ma la loro funzione più utile riguarda tutti i finalisti, perché costringono i territori a mettere in fila visione, alleanze, governance e numeri. Per le aree fragili, quelle che questa rubrica racconta, è spesso la prima occasione per farlo in modo organico.
Pozzuoli arriva al dopo-proclamazione con una fondazione progettata, un piano economico pluriennale, una rete istituzionale e privata, un modello di distretto e un sistema di indicatori. La serietà di un progetto si misura sulla capacità di andare avanti quando il riconoscimento non arriva. Se la città saprà dare seguito a quanto ha costruito, sarà questa la prova più convincente che la candidatura aveva visto giusto.
