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Trasparenza, metodologie e nuove chiavi di lettura per le imprese
Un numero, una lettera, una classe di rischio. A prima vista un rating ESG sembra offrire una risposta semplice a una domanda complessa: quanto è sostenibile un’impresa?
In realtà, dietro quella valutazione si nasconde un sistema molto più articolato. Provider diversi possono osservare la stessa azienda attraverso metodologie, indicatori, ponderazioni e fonti informative differenti, arrivando anche a risultati non coincidenti. Questo non significa necessariamente che uno dei giudizi sia errato. Significa piuttosto che, dietro la stessa etichetta “ESG”, possono esserci modi diversi di leggere l’esposizione ai rischi di sostenibilità o l’impatto dell’impresa sull’ambiente e sulla società.
È proprio da questa complessità che parte il nuovo quadro europeo. Dal 2 luglio 2026 è applicabile il Regolamento UE del 2024 numero 3005 sulle attività di rating ESG, con l’obiettivo di rafforzarne trasparenza, integrità, comparabilità e affidabilità. La scelta europea è interessante, non viene imposto un unico modello di valutazione, ma si interviene sulle condizioni attraverso cui il rating viene prodotto e utilizzato.
Per le imprese, quindi, la novità non consiste semplicemente nell’arrivo di un’altra regola. Il punto è comprendere meglio cosa c’è dietro un giudizio ESG e quale significato attribuirgli.
Lo stesso ESG può raccontare cose diverse
Quando leggiamo un rating finanziario siamo abituati ad associare immediatamente il giudizio alla capacità di un soggetto di far fronte ai propri impegni finanziari. Nel mondo ESG il perimetro può essere molto più ampio.
Un rating può concentrarsi sull’esposizione dell’impresa ai rischi ambientali, sociali e di governance; un altro può attribuire maggiore rilevanza agli impatti prodotti dall’attività aziendale. Anche all’interno delle tre dimensioni E, S e G, il peso attribuito ai singoli fattori può cambiare.
Per un’impresa manifatturiera, ad esempio, consumi energetici, emissioni e gestione delle risorse possono avere un peso particolarmente significativo. Per una società di servizi possono assumere maggiore rilevanza capitale umano, governance, sicurezza informatica o gestione dei rapporti con gli stakeholder. A cambiare possono essere anche le fonti utilizzate, il trattamento delle informazioni mancanti, gli orizzonti temporali e i sistemi attraverso cui i diversi indicatori vengono aggregati.
È quindi possibile che due rating ESG diversi siano entrambi costruiti correttamente e, allo stesso tempo, restituiscano giudizi differenti, perché stanno osservando l’impresa da prospettive non perfettamente sovrapponibili.
Il punteggio finale, preso isolatamente, racconta soltanto una parte della storia. Per comprenderne davvero il significato bisogna sapere cosa è stato misurato e con quale metodo.
La nuova regola europea: rendere leggibile ciò che sta dietro al rating
È qui che il Regolamento europeo introduce il cambiamento più interessante.
Dal 2 luglio 2026, i provider di rating ESG che operano nel mercato europeo entrano in un quadro regolamentato nel quale ESMA assume un ruolo diretto di autorizzazione e supervisione. Sono, inoltre, previsti requisiti di governance, indipendenza e gestione dei conflitti di interesse.
Per il mercato, uno degli aspetti più rilevanti riguarda però la trasparenza. I provider devono rendere disponibili informazioni sulle metodologie, sui modelli e sulle principali assunzioni utilizzate per elaborare i rating. Per utenti e soggetti valutati sono previste informazioni più dettagliate, proprio per consentire una lettura più consapevole del giudizio ottenuto.
Questo non significa che tutti i rating ESG diventeranno uguali. Ed è probabilmente un bene: settori differenti presentano rischi differenti e una metodologia unica rischierebbe di appiattire realtà industriali molto diverse tra loro. L’obiettivo è piuttosto fare in modo che le differenze siano più comprensibili.
Per un’impresa diventa quindi meno utile chiedersi semplicemente «qual è il mio punteggio?» e più utile domandarsi: quali fattori hanno determinato questo risultato? Quali aspetti sono stati considerati? Quali pesi sono stati attribuiti? Il rating misura prevalentemente rischio, impatto o entrambi?
È una distinzione che può sembrare tecnica, ma cambia profondamente il modo di utilizzare queste valutazioni.
Dal rating dell’impresa al rischio della filiera
Il tema diventa ancora più interessante quando si esce dai confini della singola organizzazione.
Un’impresa non opera isolatamente. Acquista materie prime, utilizza energia e servizi, seleziona fornitori, affida lavorazioni a terzi, vende prodotti ad altre aziende. Una parte dei rischi ambientali, sociali e di governance che possono incidere sulla sua attività si trova quindi a monte o a valle della propria struttura.
È qui che il rating ESG incontra il tema delle filiere.
Pensiamo a una grande impresa che dipende da decine o centinaia di fornitori. La sua esposizione a determinati rischi non dipende soltanto da ciò che accade nei propri stabilimenti. Può dipendere dalla provenienza delle materie prime, dalla concentrazione geografica della supply chain, dalle condizioni di lavoro presso alcuni fornitori, dall’esposizione climatica di determinati territori o dalla capacità dei partner strategici di adattarsi alla transizione.
La sostenibilità della filiera diventa quindi anche un problema di continuità e qualità del business. Una capofiliera che deve conoscere meglio la propria esposizione ai rischi di sostenibilità avrà interesse a conoscere meglio anche i propri fornitori.
Per il sistema produttivo italiano, composto da moltissime PMI inserite nelle catene di fornitura di gruppi nazionali e internazionali, questo passaggio è particolarmente rilevante. Per una piccola o media impresa il tema può presentarsi non sotto forma di un obbligo normativo diretto, ma attraverso una domanda molto concreta da parte del mercato: quanto conosco il fornitore con cui sto lavorando e quali rischi porta nella mia filiera?
Il rating ESG, in questa prospettiva, non è più soltanto uno strumento utilizzato da investitori e operatori finanziari. Può diventare uno degli elementi attraverso cui leggere rapporti commerciali, procurement e supply chain.
Un buon rating non è un obiettivo industriale
C’è però un rischio che, dal mio punto di vista, vale la pena evitare: trasformare il rating in un obiettivo fine a sé stesso.
Se un’impresa organizza la propria strategia ESG esclusivamente per migliorare un punteggio, rischia di invertire il rapporto tra causa ed effetto. Un rating dovrebbe essere la rappresentazione di una realtà aziendale, non la realtà aziendale costruita per ottenere un rating.
Questo significa che un giudizio meno favorevole può essere utile se permette di individuare una vulnerabilità reale: un’eccessiva dipendenza energetica, una supply chain poco diversificata, un presidio insufficiente di alcuni rischi o una governance non ancora adeguata alla crescita dell’impresa.
Allo stesso modo, un rating positivo non dovrebbe portare a considerare concluso il percorso. La materialità dei fattori ESG cambia nel tempo, così come cambiano tecnologie, mercati, costi energetici, disponibilità delle risorse e rischi climatici.
La domanda più utile per un imprenditore non è quindi «come aumento il mio rating?», ma «cosa mi sta dicendo questo rating sulla mia impresa?». È una differenza apparentemente sottile, ma decisiva.
Imparare a leggere il rating prima ancora di migliorarlo
La nuova disciplina europea può contribuire proprio a questo cambio di approccio.
Una maggiore trasparenza non eliminerà le differenze tra provider e probabilmente non eliminerà neppure il dibattito su quale sia il modo migliore per misurare la sostenibilità. Renderà però più semplice capire da dove nasce una valutazione.
Per le imprese, soprattutto per quelle inserite in filiere complesse, conoscere il proprio profilo ESG non dovrebbe significare inseguire il punteggio più alto, ma utilizzare le informazioni disponibili per individuare vulnerabilità, priorità di investimento e aree di miglioramento.
Alcune criticità ESG possono infatti tradursi rapidamente in variabili economiche: maggiore esposizione ai prezzi dell’energia, interruzioni della supply chain, necessità di sostituire tecnologie obsolete, difficoltà nel mantenere determinati clienti o costi necessari per adeguare i processi produttivi. A quel punto sostenibilità e strategia industriale smettono di essere due discorsi separati.
Il passaggio che stiamo vivendo potrebbe quindi essere sintetizzato così: dal rating come etichetta al rating come strumento di lettura dell’impresa.
Il nuovo quadro europeo non ci dice quale debba essere il giudizio ESG corretto. Cerca piuttosto di darci più strumenti per capire come quel giudizio è stato costruito. Per un’impresa, questa trasparenza ha valore solo se viene utilizzata.
Perché dietro una lettera o un numero non dovrebbe esserci semplicemente un risultato da comunicare, ma una domanda da porsi: quale parte della mia impresa sta realmente misurando quel punteggio e cosa posso imparare da quella valutazione?
È da questa domanda, più che dal rating in sé, che può iniziare un percorso ESG realmente utile alla competitività dell’impresa.
