Il 16 luglio 2026, nella sede di FOQUS ai Quartieri Spagnoli di Napoli, Muhammad Yunus ha apposto la propria firma sull’atto che dà vita al Distretto dell’Innovazione Sociale del Mediterraneo. Nel chiostro dell’ex Istituto Montecalvario si sono date convegno una teoria economica nata in Bangladesh e un’esperienza maturata nel cuore di Napoli: due traiettorie lontane, sorrette da una medesima convinzione, che le persone e le comunità dette fragili custodiscano capacità che istituzioni e mercato, troppo spesso, non sanno riconoscere.
L’economista è arrivato risalendo la salita di Montecalvario, camicia azzurra a quadretti e «il sorriso di un ragazzino», tra le magliette di Messi e Maradona, le edicole votive e i vicoli affollati di motorini e panni stesi: l’ingresso più eloquente che si potesse immaginare nel cuore dei Quartieri Spagnoli ha consegnato ai nuovi protagonisti una sola raccomandazione: restare «ostinati, determinati, disposti a non arrendersi».
La parabola di Yunus prende avvio mezzo secolo fa a Jobra, quando una somma esigua, prestata ad alcune artigiane, rivelò che l’esclusione economica dipende anche da regole scritte senza riguardo per chi non possiede patrimonio, garanzie, né accesso ai circuiti ordinari del credito.
Da quell’esperienza sarebbero germogliati la Grameen Bank, il microcredito, il social business, poi codificato in sette principi1, e il Nobel per la Pace del 2006.
Il suo pensiero si lascia riassumere in tre proposizioni:
- il credito è un diritto umano, perché la povertà non nasce dall’incapacità delle persone ma dall’architettura delle istituzioni che le escludono;
- la fiducia può valere quanto una garanzia;
- l’impresa può assumere come proprio fine la soluzione di un problema sociale anziché il profitto, reinvestendo gli utili e remunerando con dignità il lavoro.
FOQUS muove da una storia differente e approda a una conclusione affine: dal 2013 ha fatto dell’ex Istituto Montecalvario il fulcro di una rigenerazione che assume l’educazione a principio ordinatore della vita comunitaria, dimostrando come un’istituzione sociale possa radicarsi in un quartiere abitualmente raccontato attraverso le sue emergenze senza rinunciare a una struttura economica durevole.
I numeri restituiscono la misura di quell’architettura.
Dove c’era un convento vuoto che andava in malora lavorano oggi, ogni giorno, centinaia di persone; le scuole interne accolgono un migliaio di bambini dai 3 ai 14 anni, in un quartiere dove la dispersione scolastica aveva toccato il 33 per cento e dove oggi tutti proseguono gli studi. Vi operano 19 imprese produttive, un asilo nido gestito da una cooperativa di donne, un centro per giovani e adulti neurodivergenti, una scuola a vocazione ambientale, un orto sulla terrazza, un bed and breakfast ricavato in un appartamento sequestrato alla camorra; vi studiano 700 ragazzi dell’Accademia di Belle Arti.
Il tutto nei due chilometri quadrati e mezzo dei Quartieri, abitati da trentamila persone: la densità di Tokyo, senza le altezze.








La regola economica è limpida: chi non ha, non paga nulla; chi ha, paga contribuendo al benessere di tutti.
Accanto a Quaglia c’è Rachele Furfaro, fondatrice e anima pedagogica del progetto, convinta che «se devi trasformare, puoi solo partire dall’educazione. Di bambini e famiglie»: scuole senza banchi né cattedre, tavoli cooperativi, insegnanti e ragazzi che costruiscono insieme gli apprendimenti. «Quando abbiamo cominciato qui, quattordici anni fa, ci dicevano che era impossibile», ricorda.
«Non lo era. L’impresa sociale non è beneficenza, ma un modello che arriva al bene comune attraverso l’economia. E il primo strumento di inclusione è sempre il lavoro».
La platea della firma raccontava, da sola, la geografia del Distretto: il cardinale di Napoli Domenico Battaglia, per tutti «don Mimmo», che ha condensato il senso della giornata in una frase, «sono qui perché il Mezzogiorno possa riprendere in mano la sua storia e il suo destino»; il sindaco Gaetano Manfredi, venuto a siglare il patto a nome della città; l’assessora al Welfare di Potenza, che ha parlato di «trasformare il dolore in progetto»; e, da Palermo, la preside dell’istituto Borsellino Lucia Sorce e Claudio Arestivo di Per Esempio, l’organizzazione che ha dato vita alla prima lavanderia industriale cittadina gestita come impresa sociale, composta in gran parte da donne accolte da un centro antiviolenza.
«Ho un’idea un po’ arrogante», dice Arestivo: «che l’unico modo di fare impresa, oggi, sia questo».
La conversazione che segue con Renato Quaglia, direttore generale di FOQUS e tra i protagonisti del percorso dei Quartieri Spagnoli, nasce all’indomani della firma e affronta ciò che viene dopo l’annuncio: il rapporto fra autonomia e cooperazione, la distanza che separa un’esperienza locale da un modello trasferibile, le condizioni alle quali l’economia sociale può generare opportunità effettive.
L’intervista a Renato Quaglia
L’arrivo di Muhammad Yunus rappresenta un riconoscimento simbolico di straordinaria forza. Ma, in concreto, che cosa cambia da oggi per FOQUS? Che cosa potrete fare che prima vi era precluso?
«Innanzitutto prende avvio un Distretto dell’Innovazione Sociale. Normalmente i distretti aggregano imprese che riconoscono affinità e interessi comuni e condividono esperienze, ricerca, sviluppo e relazioni. Conosciamo soprattutto distretti agroalimentari o manifatturieri, costituiti per produrre meglio e creare nuove opportunità.
Qui siamo invece nel Sud Italia, nell’epoca della crisi delle città, delle marginalizzazioni e delle periferie che diventano aree critiche, dentro territori grandi o piccoli. Il prodotto più necessario non è materiale: è l’innovazione sociale, cioè il cambiamento dei modi con cui le comunità riescono a garantire diritti e futuro ai cittadini. Non è dunque un distretto che produce beni ma un distretto che vuole produrre cambiamento.
Organizzazioni attive a Napoli, Potenza e Palermo hanno quindi deciso di unirsi in forma di distretto condividendo competenze, personale, risorse e prospettive di sviluppo. Nasce tra Campania, Basilicata e Sicilia ma resta aperto all’adesione di altre realtà e guarda a uno scenario mediterraneo.
Questi soggetti operano in aree fragili, a favore di persone che il modello economico e sociale ha spesso collocato ai margini: giovani, donne, immigrati, persone con disabilità o in altre condizioni di vulnerabilità. L’innovazione consiste nell’aiutarle a diventare protagoniste di imprese sociali offrendo accompagnamento e risorse di avviamento alle quali difficilmente avrebbero accesso attraverso il sistema bancario.
Le imprese dovranno raggiungere una propria sostenibilità senza vivere indefinitamente di finanziamento pubblico, e creare stabilità e prospettiva per le persone coinvolte. È il modello del social business di Yunus: i soggetti fragili diventano protagonisti, gli eventuali utili vengono reinvestiti, il lavoro deve essere retribuito dignitosamente. Il settimo principio aggiunge che chi lavora deve farlo con gioia: anche il benessere della persona è una finalità essenziale.
Il Distretto aderisce inoltre alla rete internazionale degli Yunus Centre, entrando in un circuito di esperienze e relazioni globali. Questo consentirà di confrontarsi con iniziative analoghe e di entrare in contatto con i grandi partner internazionali che sostengono il modello di Yunus. FOQUS (Fondazione Quartieri Spagnoli), Fondazione City of Peace, Consorzio Genera-3Zero, Per esempio ETS, Altroverso e l’impresa sociale Dalla Parte dei Bambini si sono impegnati a promuovere quattordici nuove imprese sociali tra il 2027 e il 2029: quattro a Napoli, cinque a Potenza e cinque a Palermo. Saranno nuove attività e occasioni di lavoro ma anche l’indicazione di modelli economici fondati sull’economia sociale e sulla centralità dei bisogni delle persone. Il Distretto dovrà diventare un laboratorio permanente nel quale organizzazioni di città diverse imparino reciprocamente e sperimentino insieme».
Per FOQUS si tratta dunque di una nuova stagione, non di un mutamento di natura. Che cosa ha riconosciuto Yunus nell’esperienza dei Quartieri Spagnoli, e quale filo comune lega il modello educativo di FOQUS alla sua idea di social business?
«Yunus ha riconosciuto, in FOQUS e nelle altre realtà coinvolte, caratteristiche simili a quelle delle imprese che ha già promosso nel mondo. Ha trovato organizzazioni consolidate e radicate nei territori: FOQUS ha dodici anni di attività e le altre realtà percorsi di dieci o quindici anni. Sono soggetti che hanno raggiunto una propria sostenibilità e sviluppano un’azione sistemica.
Non si occupano soltanto di cultura, sanità, disabilità oppure occupazione, né limitano il proprio lavoro a mostre, servizi o singole iniziative imprenditoriali. Intervengono contemporaneamente su più dimensioni della vita comunitaria con un approccio che definiamo sistemico. FOQUS, per esempio, ha aperto scuole nei Quartieri Spagnoli, ha generato complessivamente lavoro per circa 660 persone, creato un centro per ragazzi con disabilità cognitive e sviluppato attività di formazione professionale e informale. Tra le nuove imprese è prevista anche una manifattura di cioccolato che coinvolgerà ragazzi con disabilità e produrrà la “cioccolata dei Quartieri Spagnoli” per chi visita il quartiere.
Il punto comune con Yunus è non offrire un singolo intervento emancipatorio, ma un insieme di azioni capaci di incidere sulla vita della comunità. Entrando nella rete internazionale assumiamo la responsabilità di applicare integralmente i principi del social business e di farlo in una logica condivisa. Tra questi vi è anche il principio ambientale: ogni impresa sociale deve tendere alla riduzione delle emissioni. Nell’azione sociale l’ambiente viene spesso trascurato perché intervenire sulla disabilità, sulla povertà o nei quartieri più difficili è già complesso e sembra già straordinario. Yunus ci ricorda invece che, per quanto importante sia ciò che facciamo, non possiamo prescindere dalla condizione ambientale del mondo. Anche questo impegno dovrà quindi entrare nel lavoro quotidiano».
Quale sarà il ruolo effettivo dello Yunus Centre, e come funzionerà, in concreto, il sostegno alle nuove imprese? Offrirà metodo, reputazione e relazioni internazionali, oppure parteciperà anche alla selezione, al finanziamento e alla valutazione?
«Il ruolo sarà anche operativo. Da Dhaka arriveranno due esperti e uno dei nostri obiettivi è costituire un fondo di investimento sociale raccogliendo risorse private e pubbliche per sostenere nuove imprese. Lo Yunus Centre metterà a disposizione metodo, competenze, relazioni internazionali e capacità di valutazione. Il Distretto dovrà selezionare le idee, verificarne la sostenibilità, accompagnare chi le propone e controllare nel tempo il rispetto dei principi del social business.
Il processo parte dalla possibilità, per persone fragili opportunamente sollecitate e accompagnate, di presentare una propria idea d’impresa. Il Distretto la valuta insieme ai proponenti verificando se possa reggere, raggiungere la sostenibilità e garantire un reddito.
Quando queste condizioni esistono, l’impresa riceve un investimento indicativamente compreso tra 25.000 e 100.000 euro. L’erogazione è progressiva, anche con verifiche ravvicinate, e gli esperti seguono l’attività. I proponenti vengono accompagnati e formati affinché possano crescere nella gestione dell’impresa fino al raggiungimento dell’autonomia.
Il percorso può durare uno, due o tre anni e le risorse possono aumentare quando sia necessario e giustificato. Una volta raggiunta la solidità economica l’impresa restituisce gradualmente il capitale ricevuto, senza interessi e secondo tempi compatibili con il proprio equilibrio. Le somme rientrate vengono investite in altre idee: il fondo è quindi rotativo e consente ad altre persone di intraprendere lo stesso percorso».
Quanti posti di lavoro contate di creare entro il 2029? E che cosa significa, sul piano dei contratti e delle retribuzioni, offrire “lavoro vero” a giovani, donne, persone con disabilità e altri soggetti fragili?
«Per “lavoro vero” intendiamo retribuzioni dignitose che permettano di vivere senza restare intrappolati nella precarietà, e contratti regolari con tutti i diritti e le garanzie dovuti. Nelle città del Sud, soprattutto per donne, giovani e persone immigrate, queste condizioni sono purtroppo sempre meno frequenti.
Stimiamo una media di dieci persone per impresa: su quattordici attività l’obiettivo è quindi di circa 140 posti di lavoro diretti. Un’impresa sociale genera però anche un indotto, apre ulteriori occasioni e mostra che è possibile fare impresa senza attendere indefinitamente un sussidio o un salvatore esterno. Ai 140 posti diretti si aggiungeranno quindi effetti indiretti: l’impatto riguarderà i beneficiari dei servizi, le loro famiglie e le realtà economiche collegate alle nuove attività».
Qual è la sua motivazione personale, e quale il suo sogno, in questa progettualità?
«La mia motivazione nasce dalla sensazione di poter essere utile a chi non si trova nelle condizioni di sicurezza nelle quali mi trovo io. Sono stato un professionista della cultura: ho lavorato in Friuli, al Centro Servizi e Spettacoli di Udine, poi alla Biennale di Venezia e in altre istituzioni. C’è una frase di Mark Twain: “si nasce due volte, il giorno in cui si viene al mondo e il giorno in cui si capisce perché”. In questi contesti ho la sensazione di aver compreso il mio perché.
Penso che i modelli che definiamo economia sociale cerchino di superare ciò che abbiamo costruito, e non completato, nel Novecento. Sloterdijk ha scritto che, se il Novecento è stato l’epoca dei progetti, i nostri decenni segnano l’inizio dell’era delle riparazioni. Stiamo cercando di riparare quei guasti. FOQUS lo sta già facendo ma il Distretto consente un salto di scala: se resteremo fedeli alle intenzioni dichiarate e sapremo tradurle nel lavoro quotidiano, potremo contribuire a far compiere all’economia sociale italiana un grande passo in avanti».
Nel 2029, quali risultati misurabili dimostreranno che il Distretto è divenuto un modello di sviluppo? E quale dato, al contrario, vi costringerebbe a riconoscere che la scommessa non ha funzionato?
«Se avrà funzionato, nel 2029 avremo un vero distretto nel quale le imprese scambiano competenze e personale: professionisti di Napoli lavoreranno a Palermo e Potenza mentre, per esempio, psicologi di Potenza potranno collaborare con il centro per ragazzi con disabilità cognitive di Napoli. Lo scambio dovrà quindi essere concreto, non soltanto dichiarato. Le organizzazioni aderenti saranno almeno raddoppiate e saranno state coinvolte altre città come Bari e probabilmente Lamezia Terme, dove opera una realtà importante impegnata da anni nel contrasto alla ’ndrangheta attraverso l’innovazione sociale. Avremo ampliato il perimetro nel Sud e fatto crescere imprese coerenti con il modello di Yunus.
Se, al contrario, ogni organizzazione avrà continuato soltanto a far crescere se stessa, il Distretto non sarà realmente nato. Un distretto non annulla le identità: ciascuna impresa resta legata al proprio territorio ma deve sviluppare uno sguardo doppio, rivolto anche al contesto mediterraneo. Se prevarrà la logica individuale, non avremo raggiunto l’obiettivo.
Il Distretto però non nasce da un’intuizione trasformata immediatamente in iniziativa mediatica. È il risultato di una sedimentazione progressiva e della fiducia costruita tra le organizzazioni, ognuna delle quali sa di essere protagonista. Per questo sono convinto che nel 2029 potremo dimostrare di avere avviato una stagione nuova».
C’è un ultimo elemento che ritiene importante aggiungere?
«Soggetti come la SEF Consulting, che aiutano le imprese a individuare sostegni capaci di facilitarne gli obiettivi, non sono soltanto strutture di servizio. Possono diventare partner, soggetti coproduttivi e coprotagonisti. Un nuovo modello economico, sociale e produttivo deve assumere fino in fondo il principio della condivisione. Abbiamo imparato a parlare di sharing, ma qui la condivisione deve tradursi in corresponsabilità. Quanti più soggetti diversi partecipano alla stessa tensione e cercano insieme di raggiungere un obiettivo comune, tanto più il processo sarà complesso e difficile, ma anche più interessanti saranno i risultati».
Visioni condivise e riflessioni su un future più etico e sostenibile
All’evento si è palesato in maniera chiara un punto in cui il racconto smette di essere cronaca e diventa strategia.
Il social business di Yunus e il modello dei Quartieri Spagnoli pronunciano, con lessici diversi, la stessa idea che va sotto il modello dell’impresa armonica o ancora se vogliamo dell’armonia più ampio senso intesa: un’organizzazione che cerca misura e accordo fra il senso che la orienta, la qualità delle sue relazioni e l’operatività che le dà forma.
Armonica non perché perfetta, ma perché capace di tenere insieme margine e finalità, conto economico e destino delle persone. Le metriche ESG misurano gli effetti; l’armonia lavora sulle cause: la prima offre la metrica, la seconda la musica.
Per SEF Consulting queste convergenze non sono una scoperta, ma una conferma.
L’impresa armonica è il punto focale delle sue strategie: lo è nel rapporto con il mercato, dove la finanza, anche quella agevolata, non è mai un fine ma la leva di progetti dotati di senso; e lo è nel rapporto con FOQUS, alle cui attività, strategie e visioni SEF è vicina da sempre, per affinità di metodo prima ancora che per consuetudine di lavoro.
La «corresponsabilità» evocata da Renato Quaglia non è dunque, per noi, una formula da sottoscrivere: è una pratica già in esercizio.
Era naturale esserci come è naturale, in questo frangente, confermare quella vicinanza, ora che l’esperienza dei Quartieri Spagnoli si fa distretto e il distretto guarda al Mediterraneo.
Acta non verba: prima i fatti, poi le parole. È la sola musica che il mercato, alla lunga, sa davvero ascoltare.
- I sette principi del social business sono consultabili sul sito ufficiale dello Yunus Centre:
https://www.muhammadyunus.org/post/363/seven-principles-of-social-business. ↩︎
