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Dal 1° gennaio 2026 è in vigore il Codice degli Incentivi. Una riforma attesa da circa trent’anni, che ambisce a superare la frammentazione di oltre duemila misure agevolative.
Il Codice degli Incentivi è la prima disciplina organica che il sistema agevolativo italiano abbia mai avuto. Non un aggiornamento, non una correzione, ma una riorganizzazione strutturale che abroga il decreto legislativo numero 123 del 1998 e ridisegna dalle fondamenta il rapporto tra Stato, imprese e professionisti con l’entrata in vigore del decreto legislativo 27 novembre 2025, numero 184.
Come funziona in concreto
La misura poggia sul sistema incentivi Italia, un portale digitale unico attraverso cui le imprese potranno consultare le agevolazioni disponibili, verificare in anticipo i requisiti, presentare domande e seguire le pratiche in tempo reale, con acquisizione d’ufficio dei documenti già in possesso della Pubblica Amministrazione.
La riforma, inoltre, introduce all’articolo 6 il bando-tipo, un modello standardizzato cui ogni futuro avviso pubblico dovrà conformarsi a requisiti di ammissibilità, criteri di valutazione, modalità di accesso, istruttoria, cumulo, controlli, rendicontazione e revoca secondo questa matrice comune, rendendo il quadro regolatorio più prevedibile per imprese e consulenti.
Per garantire il coordinamento tra le politiche di incentivazione statali e regionali, presso il Ministero delle imprese e del Made in Italy, è stato istituito il tavolo permanente degli incentivi. Una sede stabile di confronto tra ministeri, regioni e province autonome per prevenire sovrapposizioni e raccordare fondi nazionali ed europei.
Le novità
Tra le innovazioni più significative ci sono i criteri premiali: rating di legalità, certificazione di parità di genere, assunzioni di giovani e donne, investimenti ESG, adozione di tecnologie avanzate. Le imprese virtuose ottengono punteggi più alti, riserve dedicate e maggiorazioni del contributo.
Un’importante novità è l’equiparazione tra imprese e lavoratori autonomi in cui, per la prima volta, professionisti ordinistici e autonomi non organizzati potranno concorrere alle stesse misure delle PMI, a parità di requisiti.
L’articolo 16 introduce il contrasto alla delocalizzazione, la cui avvenuta comporta la revoca e la restituzione dell’incentivo fino a quattro volte l’incentivo fruito ed esclusione da futuri bandi per chi trasferisce l’attività dall’Italia entro cinque anni.
Le ombre
I crediti d’imposta Transizione 4.0 e 5.0, la Nuova Sabatini, i bonus edilizi, le agevolazioni ZES e il de minimis restano, però, fuori dal Codice degli incentivi, ciascuno con le sue regole. La frammentazione che la riforma voleva eliminare non scompare, si trasforma. È un sistema a due velocità, in cui gli strumenti di nuova generazione seguono il Codice e quelli consolidati mantengono piena autonomia.
Il click day sopravvive. Il Codice ne dichiara la riduzione, ma non l’abolizione. Infatti per i bandi a dotazione limitata, l’ordine cronologico continuerà a prevalere sulla qualità del progetto. I costi di adeguamento – nuove piattaforme, premialità da costruire, processi da rivedere – graveranno, però, soprattutto sulle micro-imprese. Proprio le realtà che la riforma promette di favorire.
La burocrazia che (forse) impara
Il Codice degli Incentivi è legge. È la prima volta che l’Italia dota il proprio sistema agevolativo di una disciplina organica: portale unico, bando-tipo, criteri premiali, presidio contro la delocalizzazione.
I limiti esistono – perimetro incompleto, rischio di ritardi attuativi, click day ancora in vita – ma non annullano la portata del cambiamento. Si passa da una logica frammentata a un sistema che, almeno nelle intenzioni, programma e seleziona per merito.
Il segnale per le imprese è netto, prepararsi non è più un vantaggio, è un prerequisito. Chi vorrà competere per le risorse pubbliche dovrà investire in compliance, legalità, inclusione e sostenibilità, le stesse direttrici che il mercato globale premia indipendentemente dai bandi.
