Skip to content Skip to footer

Rapporto Bes 2026, spesa per la cultura sotto la media UE

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
Senza titolo (A2 (orizzontale))
Preferisci ascoltare? Clicca play!
Getting your Trinity Audio player ready...

Il capitolo del rapporto sul benessere equo e sostenibile dedicato a paesaggio e patrimonio registra più visitatori nei musei e più risorse dai Comuni, con un divario tra Nord e Sud che resta ampio. Incendi, cave e abbandono delle aree rurali pesano su un capitale che per turismo, agroalimentare e costruzioni è insieme una risorsa e un rischio.

Con 62 beni iscritti nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, 56 culturali e 6 naturali, l’Italia conserva il primato internazionale, e a luglio si è aggiunto il sistema dei teatri condominiali all’italiana del Settecento e dell’Ottocento, dieci siti distribuiti tra Marche, Emilia-Romagna e Umbria. A questi si sommano 21 riserve della biosfera, 12 geoparchi e 20 patrimoni culturali immateriali, tra cui dal 2025 la cucina italiana. Nello stesso tempo il Paese destina a cultura e paesaggio lo 0,48% del prodotto interno lordo, contro una media dell’Unione europea dello 0,57%, e si colloca al ventesimo posto su ventisette, davanti alla Germania e dietro alla Francia, che arriva allo 0,70%, e alla Spagna, ferma allo 0,64%. I dati, riferiti al 2024, sono contenuti nel capitolo su paesaggio e patrimonio culturale del Rapporto Bes 2026, l’analisi con cui l’Istat misura ogni anno il benessere equo e sostenibile del Paese in dodici domini, affiancando al Pil indicatori sulla qualità della vita. Il confronto europeo considera la spesa delle amministrazioni pubbliche per i servizi culturali, che comprendono tutela e valorizzazione del patrimonio, e per la protezione della biodiversità e del paesaggio. In dieci anni quella italiana è cresciuta del 49,6% a prezzi correnti, meno del 54,6% registrato nell’insieme dell’Unione, e la distanza dalla media non si è quindi ridotta.

Tra gli indicatori del benessere l’Istat segue in particolare la spesa corrente dei Comuni. Nel 2024 le amministrazioni comunali hanno destinato alla tutela e alla valorizzazione di beni e attività culturali e paesaggistici 23,5 euro per abitante, un euro in più dell’anno precedente e il 24,3% in più rispetto al 2014, anche se il peso di questa voce sul totale della spesa corrente comunale è sceso dal 2,8 al 2,7%. La media nazionale nasconde distanze molto ampie. I Comuni del Mezzogiorno spendono 12,5 euro pro capite, meno della metà di quelli del Nord (29,3) e del Centro (28,6), e il valore della Campania, 6,4 euro, è inferiore a un decimo di quello della Provincia autonoma di Bolzano, 65,3 euro, dove i Comuni hanno però competenze più ampie, e pari a circa un sesto dei 38 euro della Toscana, la prima tra le regioni a statuto ordinario. La stessa geografia si ritrova nei musei. Nel 2025, secondo dati ancora provvisori, le strutture espositive aperte al pubblico tra musei, gallerie, aree archeologiche e monumenti erano circa 4.700, il 5,9% in più rispetto al 2022 e ancora meno che prima della pandemia, mentre i visitatori hanno superato dell’8,4% il livello del 2019. L’indicatore che combina la densità delle strutture con il numero di ingressi, e che quindi pesa di più i musei più visitati, assegna al Lazio 6,79 strutture ponderate ogni 100 chilometri quadrati, seguito dalla Campania con 3,53 e dalla Toscana con 2,99, mentre il Mezzogiorno nel suo insieme si ferma a 0,95, meno della metà dei 2,21 del Centro. Il turismo culturale cresce, in sostanza, e continua a concentrarsi sui grandi poli. Il divario territoriale riguarda anche il patrimonio che ha un valore ambientale. Ville, parchi e giardini storici tutelati dal Codice dei beni culturali rappresentano oltre il 10% del verde urbano nei capoluoghi e contribuiscono alla qualità degli ecosistemi cittadini, con una densità media di 1,60 metri quadrati ogni 100 di superficie urbanizzata che sale a 2,13 nelle città del Nord e scende a 0,95 in quelle del Mezzogiorno.

Per le imprese che rendicontano la propria sostenibilità questi indicatori descrivono il territorio in cui operano, un bene comune da cui dipendono direttamente turismo, agroalimentare, immobiliare e costruzioni e su cui le stesse attività producono impatti, positivi o negativi. Lo mostra l’agriturismo, che nel 2024 contava 26.360 aziende attive, 8,7 ogni 100 chilometri quadrati, con un valore della produzione cresciuto in media del 5,3% l’anno dal 2014 e 4,7 milioni di arrivi, il 4,3% in più dell’anno precedente, per il 54,8% stranieri. Il numero delle aziende aumenta sempre più lentamente, dal 4,1% annuo del 2019 allo 0,9% del 2024, e nell’ultimo quinquennio è diminuito in Valle d’Aosta, Umbria, Molise, Calabria e Sardegna, segnali che l’Istat legge come quelli di «un mercato più saturo e selettivo». I margini di crescita restano nel Mezzogiorno, dove le aziende sono aumentate del 2,5% in un anno e la densità è di 4,2 ogni 100 chilometri quadrati, contro le 16,6 del Centro. Secondo l’istituto l’espansione nelle regioni meridionali può integrare il reddito agricolo e frenare l’abbandono delle aree interne, a beneficio anche della tutela del paesaggio rurale. Il tema è concreto perché tra il 2011 e il 2021 la quota di territorio nazionale interessata dall’erosione dello spazio rurale per abbandono è salita dal 35,1 al 38,9%, e quella colpita dalla dispersione urbana dal 22,5 al 24,1%.

Tra le pressioni sul paesaggio, quella più legata all’attività economica è l’estrazione da cave e miniere. Nel 2023 in Italia sono stati estratti 95,8 milioni di metri cubi di risorse minerali non energetiche, per oltre il 90% da cave in gran parte a cielo aperto e destinati soprattutto all’edilizia, con calcare (38%), sabbia e ghiaia (37,3%) a fare la parte maggiore. L’intensità di estrazione, 308 metri cubi per chilometro quadrato, è la stessa dell’anno precedente e resta vicina al massimo di 310 toccato nel 2021 con la ripresa dopo la pandemia, su un livello nettamente superiore a quello degli anni precedenti. Nel decennio 2014-2023 da ogni chilometro quadrato del Paese sono stati estratti in media 2.840 metri cubi di materiale, il volume di una piscina olimpica profonda poco più di due metri. La Lombardia è in testa con 598 metri cubi per chilometro quadrato, seguita da Umbria (474) e Veneto (432), mentre Calabria e Sardegna, pur sotto la media nazionale, registrano gli aumenti maggiori rispetto al 2020, rispettivamente del 63,4% e del 53,2%. Secondo le stime di Eurostat, che misura l’estrazione in peso, l’Italia resta comunque sotto la media europea, con 758 tonnellate per chilometro quadrato l’anno contro 829. Per la filiera delle costruzioni il dato rientra nella rendicontazione sull’uso delle risorse e sull’economia circolare, che nello standard europeo Esrs E5 comprende i flussi di materiali in entrata e la quota di materie prime seconde impiegate.

Il peggioramento più netto dell’ultimo anno riguarda gli incendi boschivi. Nel 2025 il fuoco ha percorso il 2,9 per mille del territorio nazionale, contro l’1,8 per mille del 2024, con un aumento della superficie bruciata del 66,9%. Il valore resta lontano dai picchi superiori al 5 per mille del 2017 e del 2021 e dalla media degli altri paesi dell’Europa meridionale, pari al 7,7 per mille. L’Istat osserva però che il pericolo meteorologico, stimato dal Fire Weather Index sulla base di temperatura, precipitazioni, vento e umidità, non è cambiato in modo sostanziale rispetto all’anno precedente, e che in Italia appena il 2% circa degli incendi superiori a un ettaro ha cause naturali. L’aumento va quindi ricondotto in larga parte a fattori di origine umana, intenzionali o accidentali, e si concentra nel Mezzogiorno, dove la superficie bruciata è quasi raddoppiata fino al 6,5 per mille, con punte del 12,5 in Sicilia e del 10,7 in Calabria. La tassonomia europea delle attività sostenibili include gli incendi tra i pericoli climatici acuti, e per chi possiede impianti, terreni agricoli o strutture ricettive nelle regioni più esposte la frequenza degli eventi diventa un rischio fisico da valutare e, per le imprese soggette alla Csrd, da descrivere nella dichiarazione di sostenibilità.

Le opinioni dei cittadini completano il quadro. Nel 2025 il 21,4% delle persone dai 14 anni in su giudica il paesaggio del luogo in cui vive affetto da evidente degrado, in lieve calo dal 22,2% del 2024 dopo tre anni di crescita. Il miglioramento riguarda solo i comuni fuori dalle aree metropolitane, soprattutto quelli fino a 2.000 abitanti, dove gli insoddisfatti scendono all’11,3%, mentre nei comuni centro delle aree metropolitane la quota arriva al 34,7%. A livello regionale si va dal 35,3% della Campania all’8,9% della Provincia autonoma di Trento. La preoccupazione per il deterioramento del paesaggio, misurata dalla quota di chi indica la rovina causata dall’eccessiva costruzione di edifici tra i cinque problemi ambientali più gravi, risale al 13,6%, lontana dal 17,3% del 2013, dopo aver toccato nel 2022 un minimo dell’11,8% mentre crescevano i timori per il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. Nel Mezzogiorno, dove la percezione del degrado è più diffusa, l’attenzione è più bassa (11,0%, con il 6,2% della Basilicata), al Nord è più alta (15,7%, con il 22,3% della Provincia di Bolzano). Per l’Istat la combinazione descrive una situazione meno favorevole al Sud, dove a un paesaggio percepito come più degradato corrisponde una minore attenzione alla sua tutela, mentre nelle regioni montane del Nord a un giudizio più positivo si accompagna un più ampio riconoscimento del paesaggio come bene comune.

I dati arrivano mentre le regole europee alleggeriscono proprio questa parte della rendicontazione. I nuovi Esrs, in vigore dal 10 novembre, consentono alle grandi imprese di omettere nei primi anni le informazioni sulla biodiversità e sulle comunità interessate dalle loro attività, i due ambiti in cui consumo di suolo, paesaggio e rapporto con il territorio entrano nel report. Le semplificazioni riducono gli obblighi senza cambiare le dipendenze, perché un gruppo turistico in Campania, una cantina in Toscana o un’impresa di costruzioni in Lombardia operano in territori di cui il Bes misura ogni anno qualità e pressioni, con dati a disposizione di banche, investitori e amministrazioni. Per chi vuole contribuire esistono anche strumenti fiscali, come l’Art Bonus, il credito d’imposta del 65% sulle erogazioni liberali a favore del patrimonio culturale pubblico, con cui imprese e privati possono finanziare restauri, musei e luoghi della cultura. In un Paese che spende per la cultura meno della media europea e concentra risorse e visitatori in poche aree, il contributo privato può affiancare quello pubblico, e il modo in cui le imprese lo raccontano nei report di sostenibilità dirà quanto lo considerano parte della propria strategia.

SCOPRI ALTRI ARTICOLI IN EVIDENZA

Nuovi orizzonti

Dario Roncadin
Pizze Roncadin: dal Friuli in tutto il mondo
Le pizze surgelate di Roncadin continuano a conquistare i mercati internazionali della Grande distribuzione organizzata grazie a una sapiente opera…
Da Horizon Europe le tecnologie digitali e industriali per un’innovazione umanocentrica
Era il 1490 circa quando Leonardo Da Vinci disegnava il celebre Uomo Vitruviano facendo riferimento al De Architectura del I…
Cicloturismo, motore economico da 9,8 miliardi: nuove imprese e rinascita dei borghi
Continua la crescita del cicloturismo italiano che, nel 2024, ha fatto registrare un piccolo boom sia in termini di presenze, stimate in 89…

“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

Resta aggiornato. Iscriviti alla Newsletter Acta.

Versione digitale della testata cartacea Acta Non Verba, registrata presso il Tribunale di Napoli n. 2815/2020 del 23/6/2020.
Direttore responsabile: Mariano Iadanza – Direttore editoriale: Errico Formichella – Sede legale: Viale Antonio Gramsci 13 – 80100 Napoli
Per comunicazioni e contatti scrivere a: redazione@actanonverba.it

ActaNonVerba ©2024 – Tutti i diritti riservati – Developed by Indigo Industries

ActaNonVerba ©2024
Tutti i diritti riservati
Developed by Indigo Industries

Sign Up to Our Newsletter

Be the first to know the latest updates

Whoops, you're not connected to Mailchimp. You need to enter a valid Mailchimp API key.

Accedi o iscriviti alla piattaforma

Completa il Captcha risolvendo questo semplice problema:

Cliccando sul tasto "Iscriviti" sottintendi la lettura dell'informativa privacy ed il consenso alla memorizzazione dei tuoi dati nel vostro archivio secondo quanto stabilito dal regolamento europeo per la protezione dei dati personali n. 679/2016, GDPR.
(Potrai cancellarli o chiederne una copia facendo esplicita richiesta a info@actanonverba.it)