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La recente nomina conferita dalla Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, a rappresentare l’Italia all’interno dell’European Innovation Council (EIC) e dell’European Innovation ecosystems (EIE) nel comitato di programma di Horizon Europe, è una decisione senz’altro significativa, strategica e sintomatica di una Italia che vuole essere protagonista nell’innovazione.
Per Luigi Nicolais questa delega si inserisce in un percorso professionale di grande rilievo caratterizzato dall’impegno nella scienza dei materiali, nell’ingegneria e nella politica dell’innovazione, come testimonia la sua carriera accademica, la presidenza al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e il suo ruolo di ministro per le riforme e le innovazioni nelle Pubbliche Amministrazioni nel secondo governo Prodi.
L’esperienza accademica, scientifica e di governo si traduce in una consolidata capacità di cogliere opportunità e proporre idee per il rafforzamento e lo sviluppo dell’ecosistema italiano dell’innovazione valorizzando le eccellenze e i talenti al fine di attrarre maggiori investimenti e restituire all’Italia un ruolo di leadership nella definizione delle politiche europee su innovazione e ricerca.
Quali sono state le sue prime emozioni alla nomina come rappresentante italiano nel European Innovation Concil (EIC) e nell’ European innovation ecosystem (EIE), nonostante le differenze politiche?
«Rappresentare l’Italia è un onore per me. Attraverso la mia carriera ho cercato sempre di impegnarmi anche per il mio Paese. Faccio parte del forum dell’European Innovation Council su nomina della ministra precedente, Maria Cristina Messa. Ho già partecipato con la ministra Valeria Fedeli alla creazione di European Innovation Council, quando tutti i Paesi europei lavoravano per creare qualcosa che riguardasse l’innovazione, perchè European Research Council produceva molto bene in termini di ricerca.
Quest’ultima, poi, tendeva a disperdersi: non dal punto di vista scientifico — poiché era certamente di alto livello e accresceva la conoscenza nel Paese — quanto piuttosto per la difficoltà nel tradurla in prodotti industriali e nel rafforzare le grandi aziende.
L’opportunità che mi è stata data è molto importante perché stando nel board ho la possibilità di poter agire direttamente. Ritengo che l’Europa debba perseguire con determinazione la propria sovranità tecnologica: non possiamo limitarci a utilizzare tecnologie sviluppate altrove. L’Italia, in quanto parte integrante dell’Europa, deve fare la sua parte puntando sullo sviluppo di nuove tecnologie e sull’innovazione deep tech, dove la conoscenza rappresenta il valore centrale. La ministra Bernini è stata molto gentile nei miei confronti, mi conosce da quando ha assunto questo ruolo e mi ha chiesto di supportarla. Questa nomina è il coronamento di un rapporto tecnico molto trasparente, in cui le differenze politiche sono venute meno. Non perché io abbia cambiato idee politiche, ma
si tratta di riconoscere che in questo settore la politica, pur mantenendo il suo valore strategico, non deve avere colore».
La Von Der Leyen sostiene che l’Europa non sia in ritardo rispetto agli Stati Uniti e la Cina. Lei cosa ne pensa?
«Non siamo in ritardo, però dobbiamo tener conto che lo scenario sta cambiando. Finora abbiamo avuto un ottimo rapporto con gli Stati Uniti: io stesso ho studiato in America e ho molti colleghi lì, quindi il nostro legame con tutta la comunità scientifica americana è stato molto stretto. Non sappiamo cosa accadrà con la nuova presidenza (Trump, ndr), per cui dobbiamo puntare davvero a una sovranità tecnologica europea.L’Europa deve essere unita. Oggi, ad esempio, nel settore dell’innovazione abbiamo regole diverse tra un Paese e l’altro. A mio avviso, la priorità è riuscire a uniformarle».
L’Italia si posiziona sotto la media dei 28 Stati membri, con un investimento in ricerca e sviluppo pari all’1,25% del PIL totale. Perchè, ad oggi, l’Italia non sembra investire più di tanto in ricerca e sviluppo?
«È un dato di fatto: le imprese italiane non sono ancora pronte alle logiche dei nuovi finanziamenti europei. Nel settore dell’innovazione, infatti, l’Europa predilige l’ingresso nel capitale sociale di European Innovation Council, una modalità che si discosta dai nostri standard. In Italia siamo abituati a un intervento pubblico esterno che, dopo l’erogazione, non partecipa alla vita aziendale. L’Europa, invece, adotta una logica di investimento secondo cui superata una certa soglia, il finanziamento diventa un aumento di capitale. È un cambiamento culturale su cui dobbiamo lavorare.
Sul fronte della ricerca, in Italia l’investimento è sostenuto principalmente dal pubblico e da alcune grandi aziende. Invece, dello sviluppo si occupano le imprese, le università e gli enti pubblici di ricerca, mostrando spesso una scarsa attitudine verso la vera e propria innovazione, poiché la loro attività rimane prevalentemente legata allo sviluppo tecnico di un’idea, senza riuscire a tradurla in valore per il mercato».
Vista la sua esperienza, quali ritiene siano le principali sfide che l’Italia deve affrontare nel panorama europeo della ricerca e dell’innovazione?
«Uno dei punti sicuramente importanti è che la ricerca pubblica italiana è fortemente basata sulle pubblicazioni. Qualunque ricercatore per ambire a una crescita professionale o per proseguire la sua carriera accademica ha bisogno di pubblicare, perché la sua valutazione non avviene sulle capacità di mettere in campo nuove idee indirizzate al mercato, ma è basata principalmente sull’esame di factor selection index, cioè tutti i parametri legati alla pubblicazione scientifica. Questo spinge il ricercatore a pubblicare il più in fretta possibile per anticipare la concorrenza, senza chiedersi se quel risultato sia brevettabile o meno. Questo è uno dei nodi critici su cui bisogna intervenire, iniziando a lavorare sulla mentalità del ricercatore italiano.
Molti giovani, oggi, sono sicuramente più orientati alla brevettazione, consapevoli che questa non impedisce la pubblicazione, ma ne richiede solo un rinvio. Bisognerà convincere i nostri ricercatori a guardare anche al potenziale mercato. La ricerca di base è fondamentale, perchè un’innovazione deep tech basata sulla conoscenza è ovviamente un’innovazione che richiede una conoscenza avanzata, quindi una capacità di trasformare il prodotto in qualcosa di molto innovativo.
Ho fiducia che, poco a poco, la mentalità stia cambierà e lo notiamo già rispetto a qualche anno fa. Molti giovani cominciano a pensare alle startup o agli spin-off nelle università. Mi auguro che questo sia il primo passo e non il fine, piuttosto il mezzo per arrivare sul mercato».
Lei è stato anche fondatore di Materias, un incubatore di startup basato su materiali innovativi. Come valuta le opportunità per le startup e le piccole e medie imprese (PMI) italiane all’interno di questi programmi europei?
«Ottime. Ci sono molte opportunità. Spesso non parliamo di startup digitali, ma di realtà deep tech che hanno bisogno di un capitale paziente. Chi investe deve sapere che il ritorno non arriverà nel giro di pochi anni, ma richiederà tempi più lunghi. Di contro, la portata di questo ritorno è molto più significativa. Le nostre banche devono comprendere questo meccanismo, poiché sono ancora troppo legate a rendimenti a breve termine, il che rappresenta un limite per l’innovazione “profonda”. Le cose, però, stanno cambiando: tra i soci di Materias, ad esempio, c’è Intesa Sanpaolo, una banca che ha sposato questa visione, investendo nella consapevolezza che i risultati arriveranno dopo 5 o 6 anni».
Quali sono, a suo parere, i settori tecnologici e di ricerca italiani che hanno il maggiore potenziale per beneficiare dei finanziamenti e dei programmi del Consiglio Europeo per l’Innovazione? E come intende assicurare che gli interessi e le eccellenze italiane in materia di ricerca e innovazione(EIE)?
«I settori d’eccellenza in Italia sono moltissimi: nel quantum computing, ad esempio, abbiamo gruppi di ricerca di grande rilievo anche al Sud. Anche nei nuovi materiali e nell’aerospazio i nostri ricercatori stanno portando avanti lavori straordinari, così come nelle scienze della vita, dove molti team d’eccellenza sviluppano farmaci innovativi e dispositivi biomedicali. Il potenziale è enorme e per valorizzarlo, lavoreremo insieme ad APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea) per far conoscere le opportunità di accesso ai fondi europei. Il nostro compito sarà quello di andare sul territorio — università per università, ente per ente — per promuovere un cambio di mentalità. Non dobbiamo più limitarci alla pubblicazione scientifica, ma puntare a trasformare la ricerca in un prodotto commerciale pronto per il mercato».
Quali consigli si sentirebbe di dare ai ricercatori, agli imprenditori e agli innovatori italiani che desiderano partecipare con successo ai programmi del Consiglio Europeo per l’Innovazione e degli Ecosistemi Europei dell’Innovazione(EIE)?
«Ai ricercatori consiglierei di proseguire nel loro percorso, ma di fermarsi periodicamente a riflettere sull’utilità dei propri studi. Ciò non significa limitarsi alla ricerca applicata, al contrario, è fondamentale partire dalla ricerca basata sulla curiosità — la cosiddetta ‘Blue Sky research’ — ma con la consapevolezza del suo potenziale impatto.
Per quanto riguarda le aziende devono sicuramente dare un po’ più di attenzione alla ricerca. Ovviamente le aziende italiane già fanno ricerca, ma forse dovrebbero ritornare al sistema di una volta, come negli anni ’60 e ’70, in cui le nostre imprese avevano dei centri di ricerca che erano meglio attrezzati di quelli universitari. Pensiamo a Olivetti, Montedison, pensiamo a tutto il settore dell’acciaio, cioè tutti questi grossi sistemi che in qualche modo hanno fatto l’Italia importante. Questo lo dobbiamo riguardare. Adesso nella globalizzazione le aziende sono molto spesso multinazionali e quindi chiaramente poi la produzione si tende a farla fare nei Paesi dove il lavoro costa di meno e questo sicuramente va bene per i prodotti di massa, ma i prodotti di nicchia sono prodotti di cui molto spesso il lavoro non rappresenta una voce importante ma è principalmente la componente della conoscenza costante».
Cosa si sente di dire alle future generazioni che vogliono fare impresa e ricerca in Italia? Possono pensare di restare nel nostro Paese?
«Penso sia necessario fare pressione affinché chi fa ricerca guadagni di più. Questo è fondamentale perché i giovani si muovono seguendo le dinamiche del mercato: se il mercato tedesco offre stipendi pari al doppio di quello italiano, è evidente che dobbiamo trovare una soluzione. Con il consolidamento dell’European Research Area, la mobilità tra gli Stati dell’UE diventerà sempre più agevole, e la competizione per attrarre talenti non si giocherà solo sulla retribuzione, ma anche sulla qualità delle infrastrutture.
Va sottolineato che i nostri laboratori, grazie ai fondi del PNRR, sono oggi molto più attrezzati. Abbiamo docenti di altissimo livello e, sebbene gli stipendi siano mediamente più bassi, l’Italia resta competitiva perché molti dei nostri gruppi di ricerca sono pienamente inseriti in circuiti di eccellenza globale».
Qual è il suo sogno europeo?
«Sogno è che l’Europa diventi finalmente Europa. Se ci limitiamo a fare la somma degli Stati, parliamo di un’entità che non comprendiamo fino in fondo, perché ognuno tende a voler restare ciò che è: ogni Comune rivendica autonomia e ogni Regione difende la propria storia. Dobbiamo capire che è necessario lavorare insieme. L’Europa deve essere un’unione reale, con regole comuni e, se necessario, con la capacità di difendersi in maniera collettiva. Non auspico il riarmo, perché non lo ritengo un valore positivo, ma credo sia fondamentale creare una struttura europea solida, capace di garantire la nostra sicurezza».
Gli stati uniti d’Europa?
«Direi di sì. Avendo vissuto negli USA, ho potuto osservare come ogni Stato conservi la propria diversità, ma esistano temi che vengono decisi dal centro. Questo è il modello a cui l’Europa dovrebbe tendere, diventando più forte e coesa. È, inoltre, fondamentale superare il diritto di veto, che oggi trovo paradossale: ci sarà sempre uno Stato pronto a votare contro, impedendo qualunque decisione. L’Europa deve diventare più veloce, non può più permettersi la lentezza attuale».
