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Filippo Miraglia

L’invisibile condizione dei lavoratori migranti

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha celebrato il 18 dicembre la Giornata internazionale dei lavoratori migranti e delle loro famiglie. Con Filippo Miraglia di Arci facciamo il punto sulla condizione di queste figure quasi invisibili ma divenute ormai un asset irrinunciabile per tutta l’economia europea.

di Marco Ehlardo

 

Lo scorso 18 dicembre l’Onu ha ricordato, come ogni anno, l’importanza dei lavoratori migranti e dei loro diritti. In un’economia che, anche in Italia, ne ha sempre più bisogno in molti settori e nella quale il Terzo settore ha un ruolo fondamentale, creando anche migliaia di posti di lavoro. Ne parliamo con Filippo Miraglia, Responsabile nazionale Immigrazione dell’Arci.

 

Nel 2000 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 18 dicembre Giornata internazionale per i diritti dei migranti. Com’è nata questa iniziativa e qual è la sua importanza?
«Il 18 dicembre è la giornata internazionale per i diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie perché proprio il 18 dicembre del 1990 è stata approvata, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la “Convenzione per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie”. La Convenzione è nata a seguito di un incidente, all’inizio degli anni Settanta, nel quale hanno perso la vita un gruppo di lavoratori di origine africana, a seguito del quale le organizzazioni internazionali, a partire dall’Ilo, hanno iniziato una riflessione su come tutelare i diritti dei lavoratori stranieri. Si tratta di un documento molto importante che però non è stato recepito da nessuno dei Paesi dell’Ue, né tanto meno dai Paesi che sono metà di gran parte dei flussi per ragioni di lavoro».

Come si è evoluta negli ultimi anni la condizione dei lavoratori migranti in Italia? Che impatto hanno sull’economia italiana?
«Il numero dei lavoratori stranieri presenti in Italia, e più in generale il numero delle persone straniere, è aumentato negli ultimi trent’anni, quasi sempre a causa di interventi di regolarizzazione, per la mancanza di canali di accesso legale, fino ad arrivare a una percentuale della popolazione residente in Italia pari circa all’8%, compresi tutti i Paesi Ue e quelli non Ue. Ciononostante la visibilità e il ruolo delle persone e dei lavoratori di origine straniera è sempre più marginale. Nello stesso periodo l’impatto degli stranieri sul Pil e più in generale sull’economia è cresciuto più del loro numero e oggi è evidente a tutti che, senza la presenza di lavoratori e lavoratrici di origine straniera, interi comparti produttivi o del mercato del lavoro sarebbero scoperti e che anche l’equilibrio dei conti pensionistici e più in generale i conti dello Stato non sarebbero in equilibrio. Nello stesso periodo, e più in particolare al 1998 a oggi, i diritti delle persone di origine straniera sono stati sottoposti a continue sottrazioni, spesso giustificate con ragioni di sicurezza, ma comunque tutte riconducibili a motivi elettorali, di ricerca strumentale del consenso attraverso campagne di odio».

Perché il tema migrazioni è diventato sempre più divisivo in Italia e nell’Ue?
«Gli stranieri sono diventati, anche per l’assenza di un soggetto politico che ha investito stabilmente sull’allargamento dei loro diritti, il capro espiatorio utilizzato stabilmente dalle forze politiche xenofobe, spesso inseguite su questo terreno anche dalle forze democratiche. Quasi tutte le campagne elettorali hanno investito la società con un dibattito tutto strumentale e falso su misure di riduzione dello spazio dei diritti delle persone di origine straniera come soluzione alle difficoltà sociali o economiche o, più spesso, ai problemi di sicurezza, per lo più inesistenti. Questo ha determinato un dibattito molto divisivo sui temi connessi all’immigrazione».

Il settore dell’immigrazione, oltre al suo valore sociale, ha anche un importante valore economico, che crea occupazione e sviluppo, soprattutto, ma non solo, riguardo l’accoglienza. Quali sono i dati e come stanno evolvendo?
«Il settore dell’accoglienza negli ultimi anni ha visto forti oscillazioni dovute alle variazioni dei dati degli ingressi e, più precisamente, a quelli sui richiedenti asilo e indirettamente dalle scelte fatte da governi e Parlamento. Gli operatori del settore, lavoratori e lavoratrici come tutti gli altri, oltre a lavorare in un ambito con grande incertezza, hanno subito continui attacchi da parte di alcune forze politiche, che rappresentavano quel lavoro in maniera molto negativa. Eppure parliamo di migliaia di posti di lavoro, di persone che in assenza di questo settore andrebbero ricollocate».

Quali sono le principali fonti di finanziamento degli Ets che si occupano di questo settore?
«Le associazioni e le cooperative lavorano con i comuni o con le prefetture nel campo dell’accoglienza, sostenendo le attività con bandi pubblici. Ma non c’è solo l’accoglienza: sempre più spesso gli Ets partecipano a gare e bandi di programmi europei, nazionali e regionali, per attività e iniziative in ambito sociale».

Anche le imprese create da migranti sono un fenomeno in crescita. Che impatto hanno e che difficoltà trovano nel nostro Paese?
«L’esclusione degli stranieri dal pubblico impiego ha determinato, insieme ad altre cause e a una normale spinta all’impresa dei giovani di origine straniera, una forte spinta verso attività economiche private in ampie aree del Paese, soprattutto in alcuni ambiti. Oggi in Italia un’impresa su dieci è straniera. L’imprenditoria immigrata è una realtà che guida oltre 630mila aziende, e di queste 3 su 4 sono individuali».

L’Arci è impegnata da sempre sul tema migrazioni, sia per i diritti sia nei servizi. Quali sono le principali attività degli ultimi anni?
«Negli ultimi anni, come gran parte delle organizzazioni impegnate nell’ambito della promozione dei diritti delle persone di origine straniera e allo stesso tempo nella gestione di servizi a loro rivolti, abbiamo sviluppato in prevalenza attività e iniziative nel campo del diritto d’asilo e dell’accoglienza. Il numero verde per richiedenti asilo e rifugiati, le cui attività, in forma sperimentale, sono state avviate da più di dieci anni, è diventato il motore di tante iniziative collegate. Dalla rete di interpreti, al portale JumaMap, ai servizi rivolti ai minori soli, alla formazione degli operatorie delle operatrici del settore, alla gestione di alcune categorie specifiche di casi, come i ricongiungimenti familiari e i casi Dublino, fino al più recente sostegno psicologico a distanza, sviluppato durante la pandemia, per minori non accompagnati. Accanto a queste attività altre sono state sviluppate a partire dalla rete d’accoglienza territoriale dei comitati Arci (circa 100 progetti su scala nazionale, ndr), come ad esempio la sperimentazione della rete dei Circoli Rifugio, per le persone che non riescono ad attivare percorsi nell’accoglienza pubblica. Abbiamo poi sviluppato attività connesse alla promozione dell’imprenditorialità, all’inserimento lavorativo, alla lotta al caporalato, alla formazione prepartenza e tante altre ancora. Accanto a queste attività concrete, che ci consentono di costruire una analisi che parte dal contatto diretto con le persone e i loro problemi, nel corso degli anni non abbiamo mai abbandonato l’iniziativa politica e culturale. Dal lavoro di advocacy, fatto insieme alle altre organizzazioni nei luoghi collettivi, alla promozione di attività culturali, all’organizzazioni grandi e piccoli eventi».

Quali sviluppi prevedete ci saranno in questo settore? E come si prepara l’Arci alle sfide dei prossimi mesi e anni?
«Non siamo ottimisti e pensiamo di dover allargare sempre di più i legami con il territorio e l’iniziativa di promozione del protagonismo delle persone di origine straniera, con particolare riferimento a giovani. Il lavoro di pressione politica va sempre più fatto nelle sedi collettiva e sul piano europeo e quella ci sembra la sfida principale e dei prossimi anni, insieme alla costruzione di alleanze stabile sul piano europeo e internazionale».

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