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Michele Kettmajer, La coscienza delegata. L’intelligenza artificiale sulla Terra, prefazione di Luca De Biase1, con un’illustrazione di Francesco D’Isa2, Luca Sossella editore, collana “Numerus”, 2026.
Michele Kettmajer3 è autore, docente e consulente nei processi di innovazione digitale. La sua ricerca si concentra sulla fenomenologia dell’intelligenza artificiale e sui suoi impatti sociali, politici, culturali ed educativi. Collabora con la Fondazione Bruno Kessler dove approfondisce l’ecologia sociale e comunitaria dell’AI e scrive di intelligenza artificiale, umanità e spiritualità per il blog Informazione civica4 del Sole 24 Ore. Insegna Fenomenologia dell’Intelligenza Artificiale in contesti universitari italiani e internazionali, tra cui l’Universidade Católica de Benguela in Angola. La sua attività riguarda in particolare la governance territoriale dei dati e dell’AI, la progettazione di modelli digitali orientati al bene collettivo e l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi democratici e nelle politiche pubbliche.
Gli esseri umani hanno sempre abitato mappe inesatte, calcoli fallibili, oracoli ambigui. Che cosa accade quando la risposta della macchina diventa il criterio attraverso cui decidiamo che cosa è reale? Ogni delega cognitiva diventa politica: un trasferimento di potere verso chi addestra e possiede queste infrastrutture.
(dalla quarta di copertina)
Una definizione di linguaggio: dall’esperienza al segno
Una bambina sordocieca siede in un giardino e lascia scorrere la sabbia tra le dita. Attorno a lei gli usignoli compongono un paesaggio di richiami che non può udire, la luce attraversa i rami senza raggiungerle lo sguardo. Con questa nota tanto poetica quanto reale si apre La coscienza delegata. L’intelligenza artificiale sulla Terra5 di Michele Kettmajer (Luca Sossella Editore, 2026). Il mondo le arriva ugualmente, nella pressione di un bordo, nella rugosità della corteccia, nella temperatura dell’acqua. Anne Sullivan6 decide quindi di usare il palmo della bambina come una pagina. Per settimane ripete segni che inizialmente restano movimenti privi di senso, almeno finché l’acqua fredda della pompa e la parola tracciata sulla mano si congiungono. Il segno diventa il nome dell’acqua e una percezione privata entra in uno spazio condiviso.
Quella bambina è Helen Keller7. Diventerà una donna, una scrittrice e un’attivista capace di usare con precisione parole come luce, colore e tramonto, benché quelle esperienze le restino precluse nella loro forma visiva. La scena apre il libro con una costante che non va dimenticata: il punto in cui il mondo, passando attraverso un altro corpo, acquista un nome e diventa comunicabile.
Da questa scena Kettmajer ricava la sua definizione: il linguaggio è una tecnologia cognitiva che permette di condividere esperienze anche quando non sono direttamente accessibili. La sua origine è corporea e relazionale. Un segno acquista significato perché si lega a una percezione, a un ambiente, alla presenza paziente di un altro. La scrittura stabilizza quelle tracce e le rende disponibili oltre la presenza. I modelli generativi operano sulle tracce fornite trasformando l’esperienza raccontata in rappresentazioni numeriche e continuazioni linguistiche plausibili.
Qui emerge l’evidenza, insieme semplice e radicale, che giustifica l’incipit dedicato a Keller: il grande assente dell’intelligenza artificiale è il corpo vissuto con tutto ciò che ne consegue. La bambina non vede il tramonto eppure la parola tramonto entra nella sua vita attraverso un organismo che sente, una memoria, relazioni, desiderio e limite. Un modello dispone con accuratezza le tracce lasciate da chi quel tramonto lo ha vissuto senza essere mai stato esposto alla luce. Kettmajer ritrova questa distanza nel messaggio di Leone XIV8 del 17 giugno 2025: “l’accesso ai dati, per quanto vasti, non va confuso con l’intelligenza”. Il Papa collega l’intelligenza all’apertura al vero e al bene. Nel libro l’eccedenza della persona rispetto alla metrica assume così una consistenza concreta: l’umano è situato, vulnerabile, responsabile. La delega diventa critica quando la plausibilità del discorso prende il posto dell’esperienza o quando la forma compiuta della risposta nasconde le condizioni materiali e politiche che l’hanno prodotta.
Il linguaggio non è soltanto un sistema di suoni o di segni. È una tecnologia cognitiva che permette agli esseri umani di condividere esperienze anche quando non sono direttamente accessibili.
(p. 15)
Anche la copertina del volume condensa questa tensione. Kettmajer non offre una spiegazione esplicita dell’illustrazione di Francesco D’Isa ma la sua iconografia appare strettamente coerente con il libro: una figura umana e quasi rituale, privata dello sguardo da un dispositivo opaco, tiene insieme il serpente della conoscenza e un ramo che richiama pace o sapienza. Il corpo è ancora presente, la facoltà di vedere è invece mediata da un’infrastruttura. È un’immagine sintetica della coscienza che rischia di affidare altrove il proprio rapporto con il mondo.

Il costo della coscienza
C’è una domanda che appare centrale: che cosa accade quando una civiltà affida a un’infrastruttura esterna una parte crescente delle pratiche con cui interpreta, giudica e decide? Kettmajer raccoglie il prezzo della coscienza in quattro parole: inquietudine, attesa, dissenso, errore. Ciascuna richiede tempo, espone al conflitto e obbliga ad assumere la responsabilità di una risposta incompleta. L’intelligenza artificiale seduce anche perché promette di ridurre questo costo.
Il riferimento a Julian Jaynes9 chiarisce il titolo. Nella teoria della mente bicamerale10 l’essere umano arcaico avrebbe vissuto il proprio pensiero come una voce esterna e autoritativa, la coscienza riflessiva sarebbe emersa quando quelle voci persero affidabilità. Kettmajer immagina oggi una terza camera, esterna e infrastrutturale, distribuita tra piattaforme, modelli e sistemi decisionali. La delega viene richiesta come servizio: alleggerisce l’attrito dell’interiorità e converte la decisione nel consumo di una risposta.
L’introduzione di Luca De Biase in questa direzione introduce una distinzione importante. La delega cognitiva dipende anche da un difetto di immaginazione: l’intelligenza artificiale può essere impiegata per sostituire attività che gli esseri umani sanno già svolgere, oppure per aprire percorsi cognitivi e operativi prima impraticabili. Il suo valore cresce quanto più chi la utilizza conserva la capacità di riconoscerlo, valutarlo e governarlo. Si riduce invece a pensiero in outsourcing quando la macchina comprime l’iniziativa e trasforma l’utilizzatore nel destinatario passivo di una risposta.
Il potere come architettura della delega
Il potere attraversa il libro come capacità di definire il campo del visibile, del dicibile e del decidibile. Chi seleziona i dati, costruisce le categorie e stabilisce le soglie di rilevanza predispone l’ambiente nel quale alcune realtà acquistano evidenza e altre scompaiono. La delega cognitiva diventa così un trasferimento di capacità interpretativa verso chi possiede modelli, server e filiere. Per questo la questione etica resta incompleta senza proprietà, controllo del calcolo, correggibilità e diritto di ricorso: il potere più efficace agisce senza impartire ordini e rende una scelta la sola che appaia sensata.
Le grandi piattaforme non raccolgono più semplicemente cosa pensiamo, ma come ci arriviamo: la logica implicita, la struttura sintattica, il ritmo semantico, il gesto mentale.
(p. 192)
La materia del calcolo e la distribuzione dei costi
Dopo il linguaggio il libro scende nella materia. La sabbia della scena iniziale conduce alla silice, al silicio ultrapuro, alla crescita dei lingotti cristallini e alla levigatura dei wafer fino a tolleranze di pochi atomi. Kettmajer definisce questa filiera una coltivazione della materia.
Il sottotitolo, L’intelligenza artificiale sulla Terra, indica il metodo dell’opera. L’AI viene estratta, alimentata, raffreddata e collegata in territori concreti. La sua geografia distribuisce benefici e costi, crea dipendenze e rende alcune comunità sacrificabili. Un’etica concentrata sul solo output rischia quindi di lasciare intatte le strutture materiali da cui l’output dipende.
Il paradosso politico è netto: una catena planetaria che impiega milioni di persone viene sviluppata per ridurre progressivamente il lavoro necessario a produrre beni, servizi e conoscenza. Nella fase attuale l’automazione lo redistribuisce, lo frammenta e spesso lo rende invisibile. Nella previsione più radicale di Kettmajer tende a renderlo economicamente superfluo privandolo della funzione attraverso cui la modernità ha distribuito reddito, riconoscimento e cittadinanza. Il valore si concentra così nei soggetti che possiedono infrastrutture, modelli e filiere, mentre proprietà e accesso diventano questioni politiche decisive. È uno dei punti di maggiore tensione del volume: la fiducia nella modificabilità politica delle traiettorie convive qui con una previsione particolarmente assertiva sulla sostituibilità del lavoro umano.
L’intelligenza artificiale è un sistema di specchi: riflette ciò che sappiamo fare e moltiplica ciò che non abbiamo mai voluto vedere, ci rimanda un’immagine aumentata della nostra vulnerabilità e delle nostre potenzialità.
(p. 46)
L’attesa come infrastruttura della decisione
In uno dei passaggi più compiuti Kettmajer introduce l’unica immagine presente nel libro: la Pizia dipinta da John Collier11 nel 1891. Questa scelta offre la chiave dell’accostamento tra l’oracolo di Delfi12 e l’intelligenza artificiale contemporanea: entrambi vengono interrogati sul futuro e producono risposte capaci di orientare l’azione. La somiglianza, tuttavia, si arresta qui. L’oracolo antico non eliminava il peso della decisione, lo restituiva a chi interrogava dentro un processo fatto di interpretazione, attesa e responsabilità.

Segue poi la storia di Creso13, il quale chiese all’oracolo se dovesse muovere guerra. La profezia annunciò la distruzione di un grande impero e il re vi lesse la conferma del proprio desiderio. L’impero distrutto però fu il suo. La frase era quindi compatibile con l’esito, l’interpretazione però già piegata alla decisione.
Il parallelismo con i sistemi generativi riguarda la struttura della consultazione. Un output formalmente corretto può ratificare un orientamento precedente. Prompt, fonti, alternative mostrate e fiducia nell’interfaccia partecipano alla decisione quanto la risposta finale. Il problema, in questa prospettiva, riguarda anche chi formula la domanda e che cosa desidera sentirsi restituire.
Delfi aggiungeva al responso un percorso: il viaggio, l’attesa, il confronto con la comunità e perfino la possibilità di tornare senza risposta. Quel tempo permetteva alla domanda di cambiare. L’immediatezza contemporanea riduce i costi operativi ma può comprimere la deliberazione proprio quando la posta è più alta.
Non stiamo usando l’intelligenza artificiale per capire meglio il mondo. La stiamo usando per ridurre l’inquietudine che il mondo ci provoca. È una differenza sottile, ma decisiva e non riguarda la tecnologia in sé, ma la postura con cui pretendiamo di conoscere e governare ciò che non controlliamo.
(p. 60)
Errore, correggibilità, equivalenza
La difesa dell’errore costituisce uno dei passaggi più acuti di Kettmajer. Non legittima l’errore diagnostico, la discriminazione automatizzata o la negligenza nella sicurezza. Difende la fallibilità come spazio di correzione, dissenso e apprendimento, evoluzione14, contro sistemi che trasformano ogni deviazione in un’anomalia da sopprimere.
La critica all’allineamento riguarda l’appiattimento su valori medi definiti in contesti opachi ed esportati come standard universali. La formula “un sistema che non può essere corretto non è intelligente, è sovrano” concentra il punto: un punteggio diventa sentenza quando entra nella catena operativa senza un effettivo diritto di ricorso. L’automazione occupa allora la posizione istituzionale del giudizio.
In questa transizione, ciò che sembra venire meno è la vulnerabilità. Ma che cos’è un’esistenza senza ferita, senza possibilità di essere toccata, scossa, mancata?
(p. 71)
Lo stesso problema ritorna nel capitolo sulla stupidità, dove il rischio viene definito come aumento dell’equivalenza. Persone, lingue e comportamenti diventano più riconoscibili e compatibili con i sistemi di classificazione. La democratizzazione di competenze prima riservate a pochi resta un vantaggio reale, accompagnato però dalla possibilità di una normalizzazione delle forme espressive e decisionali.
L’inglese occupa una quota sproporzionata degli archivi web, mentre lingue parlate da centinaia di milioni di persone restano marginali. Tradizioni orali e conoscenze incarnate resistono ancora di più: esistono come presenza, gesto e relazione. Quando il conoscibile coincide con ciò che può essere registrato e computato, l’assenza dai dati diventa assenza dal futuro immaginato dal sistema.
Non stiamo diventando più stupidi. Stiamo diventando più equivalenti, non nel senso di più liberi, ma più compatibili. Più riconoscibili dal sistema, meno dissonanti, meno eccedenti.
(p. 80)
Sovranità interpretativa e geografia del calcolo
Palantir15 rappresenta la forma compiuta del potere descritto in precedenza: integra dati eterogenei, costruisce ontologie operative e porta le correlazioni dentro processi pubblici, militari e aziendali. Lo Stato la chiama e la integra, conservando la sovranità formale mentre affida a un soggetto privato parte della lente con cui vede la realtà.
Categorie, priorità e soglie di allarme vengono incorporate nell’infrastruttura. Un’amministrazione che perde competenze e prossimità acquista una lente privata e finisce per dipendere dal modo in cui quella lente organizza il visibile.
L’illusione della sovranità tecnologica è il velo di Maya che gli Stati stendono su una realtà più concreta e meno governabile: la nascita di un’infrastruttura globale del calcolo.
(p. 111)
La distinzione tra spazio topografico e spazio topologico, utilizzata nel capitolo su Peter Thiel16, rende leggibile questa trasformazione. Lo Stato moderno governa superfici, confini e giurisdizioni. Le piattaforme operano su nodi, transazioni e flussi. Il potere digitale attraversa i territori senza doverli occupare e diventa politico già nella propria forma infrastrutturale.
I casi territoriali mostrano il prezzo di questa architettura. A Taiwan, durante la siccità, l’acqua viene sottratta alle risaie per garantire continuità alla produzione di semiconduttori. La gerarchia era già inscritta nella filiera: il riso può essere importato, i chip costituiscono un collo di bottiglia strategico. Il costo comprende il raccolto, la memoria agricola e la reversibilità del territorio.
Próspera, zona di impiego e sviluppo economico sull’isola honduregna di Roatán, radicalizza la modularizzazione della sovranità. Norme, arbitrati e tassazione assumono la forma di servizi configurabili. Il territorio diventa ambiente contrattuale e le comunità locali variabili di un progetto esterno. L’infrastruttura precede così la politica e ne restringe il campo.
Sull’Europa il giudizio resta severo. La sovranità tecnologica appare fragile in assenza di un controllo effettivo sui nodi decisivi della filiera. L’AI Act arriva con ritardi e dipendenze, ma introduce una grammatica pubblica in un campo che gli operatori dominanti preferirebbero autoregolare.
Un sistema che richiede sacrifici locali per produrre conoscenza globale è epistemicamente violento.
(p. 133)
Previsione, inquietudine e dimensione spirituale
Nel capitolo Il futuro è stato la previsione diventa un regime temporale. Il passato viene trasformato in dato, il dato in scenario e lo scenario in ambiente operativo. Una decisione modellizzata in anticipo conserva formalmente la libertà, ma interviene dentro un campo già organizzato da probabilità, punteggi e anticipazioni.
Il rischio riguarda soprattutto ciò che resta fuori dalla previsione. L’improbabile può essere trattato come rumore e perdere rilevanza politica. Kettmajer difende l’uno per cento residuo come spazio di responsabilità che non garantisce un esito migliore, ma impedisce alla probabilità di diventare destino senza che qualcuno risponda della scelta.
La critica al longtermismo17 segue la stessa linea. Un futuro ipotetico, popolato da quantità immense di vite possibili, può svalutare sofferenze presenti e verificabili. L’inquietudine diventa allora una disciplina del tempo: mantiene aperto il problema quando mercato, politica e interfaccia spingono verso una chiusura prematura.
La dimensione spirituale del volume acquista qui il proprio senso. Kettmajer legge il conflitto contemporaneo come conflitto tra liturgie, pratiche che ordinano attenzione, memoria e responsabilità. La formula più operativa compare in L’inferno è la AI che funziona: l’AI deve restare interprete, dichiarare la propria posizione, restituire alternative e sottoporsi alla negoziazione collettiva. La sospensione del dominio coincide con il rifiuto di attribuire all’automazione l’ultima parola sul significato.

Il limite dichiarato e la speranza dell’autore
Pur formulando scenari radicali La coscienza delegata. L’intelligenza artificiale sulla Terra rifiuta il determinismo tecnologico: nessuna traiettoria è naturale o inevitabile perché ogni architettura incorpora scelte di proprietà, governo e distribuzione del potere. Individua il luogo in cui una risposta dovrebbe arrivare e affida alla politica il compito di costruirla.
Kettmajer non nasconde l’incompletezza del proprio attraversamento. Nelle pagine finali dichiara di essersi inoltrato in territori che non gli appartengono interamente per formazione, ma che sente propri per responsabilità. L’ammissione più significativa riguarda l’educazione: ne riconosce la centralità e dichiara di non possedere le competenze necessarie per svilupparla. È una nota estremamente rilevante sia perché proprio lì si forma la capacità di usare l’AI senza cederle il giudizio, sia perché l’ammissione rafforza effettivamente una delle tesi presentate: applica concretamente la dottrina del limite che il volume affida alle istituzioni e alle persone.
La speranza del libro nasce da questa accettazione del limite. Richiede presenza: restare dentro le domande abbastanza a lungo da riconoscere interessi, costi e possibilità alternative. L’inquietudine diventa una forma di attenzione che contrasta la rassegnazione e impedisce alla previsione di chiudere il futuro.
Helen Keller non vede il tramonto, una parola le permette tuttavia di abitarne una parte perché è passata attraverso un’altra persona, un corpo, una pazienza. L’intelligenza artificiale può raccogliere tutte le frasi scritte sul tramonto senza avere pelle su cui la luce o l’acqua diventino esperienza. Il linguaggio conserva valore finché mette un corpo in relazione con il mondo, la delega diventa pericolosa quando il segno sembra poter fare a meno della mano che lo riconosce. La soglia indicata da Kettmajer è minima e decisiva: custodire il tempo e la responsabilità con cui una parola torna a toccare il reale. È su quella mano, più che sulla perfezione della risposta, che si aprono i possibili scenari della nostra società futura.
È questa la speranza che mi ha accompagnato mentre scrivevo: non la certezza che ce la faremo, ma la convinzione che valga la pena provarci, accettando il peso, la lentezza e la fragilità che questo comporta, e sapendo che le domande difficili non si risolvono delegandole, ma restando presenti dentro di esse e provando ad affrontarle insieme.
(p. 263)
- Luca De Biase è giornalista, saggista e docente, specializzato nei rapporti tra innovazione tecnologica, informazione, società ed ecologia dei media. Editorialista del Sole 24 Ore, del quale ha fondato il supplemento dedicato all’innovazione Nòva, è autore e voce di programmi e podcast per Rai Radio 3. Insegna all’Università di Pisa e alla Luiss; è inoltre gateway designer presso il National Biodiversity Future Center e direttore di Imminent, centro di ricerca di Translated dedicato a linguaggio, traduzione e intelligenza artificiale. Nel 2016 ha ricevuto il James W. Carey Award for Outstanding Media Ecology Journalism. Tra le pubblicazioni più recenti figurano Pensare bene. Un’ecologia dei media per il XXI secolo (Treccani, 2025) e Apologia del futuro. Quello che il domani può fare per noi (Luiss University Press, 2025). ↩︎
- Francesco D’Isa (Firenze, 1980) è filosofo, scrittore e artista visivo e digitale. Laureato in Filosofia, svolge attività di ricerca, produzione artistica e divulgazione sui rapporti tra intelligenza artificiale, creatività e autorialità. È direttore editoriale della rivista culturale L’Indiscreto e insegna Filosofia presso l’Istituto Lorenzo de’ Medici di Firenze, oltre a Illustrazione e Tecniche Plastiche Contemporanee alla LABA di Brescia. Tra le sue pubblicazioni più recenti figurano la graphic novel filosofica Sunyata (Eris Edizioni, 2023), realizzata attraverso l’impiego dell’intelligenza artificiale generativa, e il saggio La rivoluzione algoritmica delle immagini (Luca Sossella editore, 2024). ↩︎
- A scanso di equivoci va dichiarata l’amicizia che lega chi scrive a Michele Kettmajer, incontrato una sola volta in Sardegna durante un premio letterario, e il fatto che l’autore lo ringrazi nelle pagine finali del volume. Da quel rapporto sono nate l’ospitalità di due testi nel blog Informazione civica del Sole 24 Ore (“ChatGPT e la famiglia nel bosco”: https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/2026/03/16/chatgpt-e-la-famiglia-nel-bosco/ – e “Karp e drogo: il nemico come istituzione”: https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/2026/04/30/karp-e-drogo-il-nemico-come-istituzione/) e la curatela del numero speciale di “Laboratori critici”, L’illusione del linguaggio (Samuele Editore, in pubblicazione), in programma a Pordenonelegge 2026 (https://www.pordenonelegge.it/eventi/laboratori-critici-l-illusione-del-linguaggio). ↩︎
- https://michelekettmaier.nova100.ilsole24ore.com/ ↩︎
- Il volume attraversa un campo molto ampio, dalla materialità dei semiconduttori alla teologia politica, dal lavoro alla sovranità dei dati. Questa recensione seleziona alcuni nuclei a cui chi vi scrive è più sensibile, pur riconoscendo che questi sono effettivamente capaci di mostrare l’architettura complessiva del libro. Ciò che resta viene lasciato alla lettura diretta del volume. ↩︎
- Anne Sullivan Macy (1866-1936) è stata un’educatrice statunitense, nota soprattutto come insegnante, interprete, collaboratrice e amica di Helen Keller. Colpita nell’infanzia da tracoma, che le causò una compromissione della vista, trascorse alcuni anni nel degradato ospizio di Tewksbury prima di essere ammessa, nel 1880, alla Perkins School for the Blind, dove si diplomò nel 1886. L’anno successivo fu inviata in Alabama per occuparsi di Helen Keller e sviluppò un metodo educativo fondato sull’alfabeto manuale, sull’esperienza tattile e sull’associazione diretta tra segni, oggetti e situazioni concrete. Rimase accanto a Keller come docente, interprete e amica fino alla propria morte. Il suo approccio, centrato sulle esigenze specifiche dell’allieva e contrario ai metodi rigidamente prescrittivi dell’epoca, esercitò un’influenza duratura nell’educazione delle persone cieche e sordocieche. ↩︎
- Helen Keller (1880-1968), scrittrice, conferenziera e attivista statunitense, divenne sorda e cieca a diciannove mesi. Nel 1904 conseguì cum laude il Bachelor of Arts al Radcliffe College, prima persona sordocieca a ottenere quel titolo. Si impegnò per i diritti delle persone con disabilità, il suffragio femminile, i lavoratori e le libertà civili. ↩︎
- Leone XIV, Messaggio ai partecipanti alla Seconda Conferenza Annuale su Intelligenza Artificiale, Etica e Governance d’impresa, 17 giugno 2025. Si veda: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/pont-messages/2025/documents/20250617-messaggio-ia.html ↩︎
- Julian Jaynes (1920-1997) è stato uno psicologo e teorico statunitense della coscienza. Formatosi tra Harvard, McGill e Yale, svolse attività di ricerca e insegnamento a Princeton. L’Università registra la sua docenza nel Dipartimento di Psicologia dal 1966 al 1990. Nel 1976 pubblicò The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind proponendo la controversa teoria della coscienza introspettiva come costruzione culturale relativamente recente. ↩︎
- Per approfondire: https://www.pangea.news/mente-bicamerale-angelo-albiani/ ↩︎
- John Maler Collier (Londra, 1850 – Hampstead, 1934) è stato un pittore e scrittore britannico, tra i più noti ritrattisti inglesi tra Otto e Novecento. Formatosi tra Parigi e Monaco, fu vicino per sensibilità alla tradizione preraffaellita e affiancò ai ritratti numerosi soggetti mitologici, letterari e simbolici. Tra le sue opere più conosciute figurano Lady Godiva, Clitennestra e The Priestess of Delphi (1891), il dipinto della Pizia riprodotto nel volume. Pubblicò inoltre diversi manuali dedicati alla pittura e al ritratto. ↩︎
- L’oracolo di Delfi fu il più celebre centro divinatorio del mondo greco antico, attivo nel santuario di Apollo alle pendici del monte Parnaso. I responsi venivano pronunciati dalla Pizia, sacerdotessa del dio, e successivamente interpretati e formulati dai sacerdoti del tempio. Città, sovrani e privati lo consultavano prima di guerre, fondazioni coloniali, decisioni politiche o scelte personali. Il responso era spesso ambiguo e richiedeva un lavoro di interpretazione. Prima della consultazione i pellegrini si purificavano presso la fonte Castalia e percorrevano la Via Sacra fino al tempio di Apollo. ↩︎
- Creso (VI secolo a.C.) fu l’ultimo re della Lidia, antico regno dell’Asia Minore con capitale Sardi, e governò circa dal 560 al 546 a.C. Celebre per le immense ricchezze, tanto da diventare proverbiale, estese il proprio dominio sulle città greche della costa anatolica. Il racconto che Kettmajer riporta viene da Erodoto, Storie, I, 53-91. ↩︎
- Uso volontariamente questo termine, e lo sottolineo. Il problema dello scarto, inteso come un qualcosa che si allontana dal modello dominante, assume un significato ulteriore se osservato nella prospettiva dell’evoluzione biologica. Tra tutti si prenda a esempio C. H. Waddington (The Strategy of the Genes, London, George Allen & Unwin, 1957), il quale ha mostrato come una risposta inizialmente contingente possa essere progressivamente stabilizzata e facilitata attraverso la selezione e la riorganizzazione dello sviluppo: “La selezione della capacità di adattarsi all’ambiente […] plasmerà il paesaggio epigenetico in una nuova configurazione, rendendo più agevole quella stessa risposta”. Ciò che appare come deviazione rispetto a una forma attesa può dunque diventare il punto di partenza per una diversa stabilità. Si pensi a cosa sarebbe il mondo, e probabilmente l’essere umano stesso, se la natura avesse avuto come condizione l’eliminare sistematicamente anomalie, ambiguità e variazioni. ↩︎
- Palantir Technologies è una società statunitense fondata nel 2003. Le piattaforme Gotham, Foundry, AIP e Apollo integrano dati, modelli e operazioni in ambienti utilizzati da governi, forze armate e imprese. La prossimità di questi sistemi ai processi operativi e decisionali ha collocato Palantir al centro del dibattito su sorveglianza, sicurezza e sovranità interpretativa. ↩︎
- Peter Thiel (1967) è un imprenditore e investitore statunitense di origine tedesca, cofondatore di PayPal e Palantir, primo investitore esterno di Facebook, presidente di Palantir e partner di Founders Fund. Nel 2009 scrisse di non ritenere più compatibili libertà e democrazia indicando nella tecnologia una via di sottrazione alla politica tradizionale. Kettmajer collega questa traiettoria alle successive conferenze di Thiel sull’Anticristo e sul potere che promette sicurezza assoluta. ↩︎
- Il longtermismo è una corrente filosofica e politica sviluppatasi nell’ambito dell’altruismo efficace, secondo cui una parte rilevante delle decisioni presenti dovrebbe essere valutata in base ai loro effetti sulle generazioni future, potenzialmente numerosissime. Da questa prospettiva assumono particolare importanza la riduzione dei rischi esistenziali (come guerre nucleari, pandemie, collasso climatico o sistemi di intelligenza artificiale fuori controllo) e la tutela delle condizioni che rendano possibile un futuro umano di lungo periodo. ↩︎
