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Cosa dicono gli europei a metà decennio digitale?

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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L’82% dei cittadini dell’UE vuole ridurre la propria dipendenza dai fornitori extra-UE, ma solo il 58% è disposto a pagare qualcosa in più per un servizio digitale europeo, mentre in alcuni Stati membri questa disponibilità crolla sotto il 40%. È il ritratto di un’Europa che desidera la sovranità tecnologica come principio, ma esita davanti al suo prezzo.

Il quarto rapporto State of the Digital Decade, presentato dalla Commissione il 17 giugno scorso, parla di progressi reali ma di gap strutturali ancora da colmare. Lo Special Eurobarometer 572, pubblicato in parallelo e basato su interviste dirette ai cittadini europei, restituisce un consenso quasi plebiscitario sui princìpi, che si sgretola non appena si scende ai dettagli operativi e ai costi. È il divario nelle democrazie digitali contemporanee tra il sostegno astratto a un’idea e la disponibilità a sostenerne le spese.

La sovranità che piace, il prezzo che non convince

L’85% degli europei vuole che l’UE investa in infrastrutture sviluppate e controllate in Europa, l’82% chiede di ridurre la dipendenza da fornitori terzi. Sono percentuali da consenso quasi unanime, di quelli che raramente si vedono su temi di policy economica. Il quadro cambia quando l’ideologia vacilla dinanzi alla scelta personale che implica essere disposti a cambiare fornitore digitale anche qualora costasse leggermente di più. Su questo tema la media europea scende al 58%, e la forbice tra Paesi si allarga fino a diventare voragine con il 76% in Danimarca contro il 35% in Estonia, con Bulgaria e Repubblica Ceca ferme al 45%. È la prova che la sovranità tecnologica, così come oggi viene comunicata, resta un’aspirazione geopolitica più che un comportamento di consumo maturo. Il divario aumenta ulteriormente per sensibilità culturale oltre che per questione reddituale. Infatti, chi ha lasciato la scuola a 15 anni si ferma al 36% di disponibilità a pagare di più, contro il 66% di chi ha proseguito gli studi oltre i vent’anni. La sovranità digitale, insomma, rischia di essere un lusso di classe.

Le motivazioni che spingerebbero a cambiare fornitore, del resto, non sono geopolitiche ma pratiche: sicurezza e affidabilità (50%) e protezione dei dati personali (49%) versus il sostegno all’economia europea (30%) o la riduzione della dipendenza da Paesi terzi (33%).

L’intelligenza articiale e il divario percettivo

Il secondo paradosso riguarda l’intelligenza artificiale in cui la fotografia dell’Eurobarometro mostra quanto il “Decennio digitale” resti, nei fatti, il decennio solo di alcuni. Il 41% degli europei non ha mai usato uno strumento di AI generativa nella propria vita personale, il 50% non l’ha mai usato per lavoro o studio. Però tra chi lo usa, la sua adozione ha subito un forte incremento con quasi sette utenti su dieci che dichiarano un uso in crescita nell’ultimo anno, con punte dell’86% a Malta e dell’82% in Danimarca. È una polarizzazione, più che una diffusione in cui chi è solito usufruire dell’AI vi si immerge sempre di più, chi ne è fuori resta fuori, e questo andamento coincide con le linee di frattura sociale già note, quali l’età (87% di utilizzo tra i 15-24enni contro 34% tra gli over 55), titolo di studio, condizione occupazionale. Studenti e manager sfiorano il 90% di utilizzo, pensionati e casalinghe restano sotto il 30%.

C’è una distanza effettiva tra l’entusiasmo per la tecnologia in astratto e il sospetto verso le sue applicazioni. Gli europei – interrogati su quali tecnologie miglioreranno la vita nei prossimi dieci anni – mettono al primo posto la salute digitale al (55%) e le tecnologie verdi (50%). L’intelligenza artificiale arriva solo quarta con il 39%, dietro persino alla connessione veloce. È la conferma che l’AI, nell’immaginario collettivo europeo, resta associata più ai rischi che alle promesse, rafforzata dalla richiesta dell’80% dei cittadini europei che chiede una regolazione prudente, contro appena il 15% che preferirebbe meno vincoli. Le preoccupazioni principali sono la protezione dei dati con il 39%, l’accuratezza delle informazioni con il 36% e i rischi etici al 32% che pesano più delle paure tradizionalmente evocate nel dibattito pubblico, come la perdita di posti di lavoro (28%), relegata solo al quarto posto.

La fiducia cresce nell’UE, crolla sulle piattaforme

Il dato forse più interessante dell’intero sondaggio, perché in controtendenza rispetto alla narrazione dominante di sfiducia verso le istituzioni europee, è l’aumento significativo di chi ritiene che l’UE protegga bene i propri diritti digitali. È un segnale che la stagione legislativa degli ultimi anni con l’AI Act, il Digital Services Act e Cyber Resilience Act comincia a essere percepita, non solo scritta nei trattati.

Questa fiducia istituzionale convive con un’ansia crescente verso ciò che accade concretamente online. L’87% degli europei considerano la manipolazione digitale – disinformazione, contenuti generati dall’AI, deepfake – una minaccia per i processi democratici. Contemporaneamente cresce la preoccupazione per l’insufficiente protezione dei minori online, oggi priorità assoluta per il 92% degli europei. È come se la fiducia nelle normative europee crescesse proprio mentre aumenta la percezione che il pericolo reale si sia spostato altrove, ovvero nei contenuti, negli algoritmi, nella qualità dell’informazione che circola sulle piattaforme, un terreno dove le regole, per quanto scritte, faticano ancora a mostrare i propri effetti.

Il rapporto istituzionale avverte che quasi la metà dei finanziamenti pubblici previsti dalle Roadmap nazionali del Decennio Digitale è destinata a esaurirsi entro la fine di quest’anno con il progressivo phase-out del Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza.

L’Eurobarometro, dal canto suo, mostra un pubblico che sostiene con convinzione crescente l’investimento in infrastrutture europee, ma che, quando gli si chiede di mettere mano al portafoglio, si tira indietro nella maggioranza dei Paesi.

Il vero rischio non è tanto l’assenza di consenso politico, quanto la possibilità che il consenso arrivi proprio nel momento in cui i soldi pubblici che lo avevano finora sostenuto stanno per finire. Se il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale e il costituendo Fondo per la Competitività non riusciranno a colmare quel vuoto, l’Europa rischia di scoprire di avere finalmente convinto i propri cittadini di una causa che, nel frattempo, ha smesso di poter finanziare.

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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