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Nei primi otto mesi del 2026 l’export agroalimentare italiano ha superato i 48 miliardi di euro, con una crescita dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025, che era già stato un anno record con quasi 73 miliardi complessivi. I prodotti riconosciuti come tipici italiani valgono oggi 52,2 miliardi di euro, pari al 72,5% dell’intero export agroalimentare nazionale.
In un mercato globale che premia l’efficienza di scala, la PMI agroalimentare non può competere sul volume. Può competere sull’identità. E l’identità, nel cibo, si costruisce sulla specificità della materia prima, sulla storia del territorio, sulla riconoscibilità di una varietà o di una razza che non si trova altrove. Le indicazioni geografiche sono lo strumento normativo più consolidato per tradurre questa differenziazione in valore economico certificato: l’Italia guida la classifica europea con 891 riconoscimenti DOP e IGP, davanti a Francia e Spagna. Ma il marchio è la formalizzazione di qualcosa che viene prima, ovvero una filiera produttiva che mantiene integro il legame con il territorio e con la biodiversità che lo caratterizza. Un formaggio DOP non è tale perché porta un’etichetta: è tale perché prodotto con latte di razze autoctone, in un territorio specifico, con metodi che preservano una tradizione. Il marchio certifica la filiera; la filiera custodisce la biodiversità.
I dati del 2026 indicano con chiarezza quali filiere stanno performando meglio. I formaggi crescono in export, con Grana Padano e Parmigiano Reggiano in aumento nonostante il rallentamento generale. I prodotti da forno reggono. Il caffè torrefatto e i dolciari guidano le crescite più forti. Sono tutti settori dove la qualità delle materie prime, la specificità territoriale e la riconoscibilità internazionale del brand Italia funzionano da moltiplicatori di valore. L’olio extravergine mostra invece una dinamica anomala che vale la pena leggere con attenzione: i volumi crescono ma il valore cala, per effetto della riduzione dei prezzi internazionali dopo i rialzi del biennio precedente. Crescere in volume senza crescere in valore è esattamente il rischio che corre chi non presidia il proprio posizionamento di qualità, e la biodiversità varietale è uno degli strumenti più efficaci per difenderlo. Per le imprese non ancora coperte da una denominazione, la differenziazione può passare per la scelta consapevole delle varietà coltivate o delle razze allevate, per una narrazione verificabile e coerente con il territorio, per l’accesso a canali che valorizzano l’identità del prodotto. L’accordo con il Mercosur, con le prime stime che parlano di un +13% nei primi otto mesi del 2026 e 58 specialità italiane tutelate dall’intesa, apre nuove geografie che le imprese più strutturate stanno già esplorando.
Quello che ancora manca, per molte PMI, è la consapevolezza che la biodiversità non è un costo aggiuntivo da giustificare ma un asset da valorizzare. Significa fare un inventario preciso di ciò che si produce e di cosa lo rende unico, costruire una storia coerente e documentabile, scegliere i canali distributivi in funzione del posizionamento e non solo della convenienza logistica, e investire nella comunicazione con la stessa serietà con cui si investe nella produzione. Le filiere corte svolgono in questo contesto una funzione preziosa: sono laboratori dove si sperimenta la valorizzazione commerciale della biodiversità locale, dove il rapporto diretto con l’acquirente permette di trasferire il valore della differenziazione fino al prezzo finale, costruendo una reputazione prima di affrontare canali più competitivi. Non è una soluzione per tutti, ma è un punto di partenza che molte imprese stanno utilizzando con risultati concreti. Il mercato c’è, lo dicono i dati dell’export e lo dicono i buyer internazionali di Terra Madre. Il campo ha cambiato le sue regole. La filiera deve fare altrettanto.
