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Il filtro con cui osserviamo le cose è spesso frutto di educazione, pensiero prevalente, pratiche quotidiane, prassi e culture che non abbiamo scelto noi.
Ti educano a pensare, guardare e credere secondo mainstream e il gioco funziona perché, dicono gli artisti da 60mila anni con le loro espressioni – un tempo spontanee, oggi strutturate ma sempre autentiche – e dicono anche gli scienziati da qualche anno, il nostro cervello ha paura dell’isolamento e premia il conformismo con la dopamina, neurotrasmettitore fondamentale per la motivazione, il piacere, il movimento, l’apprendimento e l’umore.
Il primo umore non si scorda mai
A ben guardare, la società contemporanea è divisa in due: una è disarmonica, con orari, agende, costrizioni, forzature e, conseguentemente, storture che inficiano l’estetica delle relazioni, generando infelicità o, quantomeno, vite vissute a metà. E si vede a Terzo occhio nudo. L’altra è quella delle nuove generazioni, refrattarie al potere e alle imposizioni, distanti dalla lusinga effimera e noiosa della carriera a tutti i costi. Giovani che scelgono la felicità e la libertà di vivere come vogliono, con questo non rinunciando mai all’evoluzione e all’impresa, solo tenendole in vita con nuovi modelli e con la creatività, essenziale per ogni azienda e contesto produttivo, oltre che con la fantasia intelligente e creatrice che rimodula le decisioni ogni attimo, come fa il nostro cervello.
Il pensiero pensa, l’immaginazione vede (Bruno Munari)
L’educazione allo sguardo portata dall’arte è insostituibile; come abbiamo scritto tante volte qui su Acta non Verba, per un rinascimento sociale vero e proprio è necessario il risveglio quotidiano della ghiandola pineale, il Terzo occhio per gli orientali, appunto, che la scienza finalmente riconosce come l’elemento biologico che produce serotonina e melatonina, gli ormoni della longevità. Avere un immaginario ampio e profondamente colto è necessario per avere una visione del mondo e di noi stessi che porta benefici nella vita e nel lavoro, porta intelligenza emotiva che consente di scomporre gli elementi della realtà e ricomporli secondo armonia, acume, potenziamento del senso critico. Come non ammettere che le soft skill sono vitali?
La disobbedienza creativa
La disobbedienza è quindi diventata nuovamente fondante. A Napoli, città della disobbedienza per antonomasia, Apple realizza le sue start up, non a caso: se vuoi creatività devi disobbedire al manistream, al comunemente accettato, al già detto che ti tiene in comfort zone, uno stato soporifero e narcotizzante che ti impedisce di vedere oltre la siepe e di guardare oltre il già visto. L’arte e l’art thinking sono dispositivi di senso che aprono nuove strade e, attraverso l’enigma, svelano molte più verità nascoste e danno forma a mondi invisibili eppure esistenti. Nessuno, a suo dire, vorrebbe perdere l’occasione della scoperta, eppure la maggioranza vive in comfort zone.
Ci sono dei limiti imposti dalla natura ma se non esploriamo i confini cognitivi, e se non li spostiamo in avanti, quei limiti non li conosceremo mai.
Disobbedire non vuol dire trasgredire alle leggi, soprattutto a quelle della natura ma anche a quelle del comune senso del limite posto dai sistemi legislativi: vuol dire invece andare oltre il confine dell’impossibile dettato dalle regole ed esplorare la frontiera con la ricerca, la cultura evolutiva, la pratica quotidiana del perché.
La rigenerazione umana
Ci sono artiste e artisti che hanno portato il loro contributo nell’indagine dell’inconscio collettivo attraverso la poesia della performance partecipativa, progettata insieme a curatori titolati, interrogando le coscienze di abitanti e cittadini per comprendere appieno quali interventi di rigenerazione urbana mettere in campo, ad esempio. Se ricostruisci quartieri, piazze e parchi, è necessario che tu conosca sogni e bisogni delle persone che dovranno viverci, altrimenti stai facendo edilizia coercitiva, stai gettando le basi per l’ennesima colata di cemento che genera disarmonie. Basta guardare, siamo pieni di disarmonie urbane che trasmettono fallimento passato e futuro. Noi siamo per la FeliCittà.
Chi vuole vivere nelle disarmonie?
Nessuno vuole vivere nelle disarmonie: non le imprese, non le città, non i quartieri e non chi lavora, mentre sembra che ci stiamo abituando alla restaurazione dell’imposizione inadeguata. Quando il mondo si affacciava alla nuova alba della sharing economy, i sistemi commerciali deviati hanno scelto di reagire invece di comprendere, come accade da millenni quando il mondo si sveglia e rivuole la propria autonomia, scoprendo di essere stato guidato da persone incapaci di produrre felicità. La restaurazione è sempre cinica, ignorante e conosce solo metodi impositivi perché così è cresciuta, così è stata educata, e sa, dentro sé stessa, di non essere in grado di amare, quindi sceglie le armi al posto delle arti, sceglie di
sparare invece di sperare, sceglie il masochismo del sacrificio, e lo impone anche a noi che invece sappiamo come vivere a regola d’arte.
Le imprese però possono farcela
Le imprese sono contesti di creatività formidabili, quando sono disruptive, innervate di arte e cultura, e coraggiose; mettono al mondo cose che prima non c’erano, come fa l’arte. Modelli come quello di Olivetti (e tanti altri più nell’ombra) non solo hanno creato modelli di convivenza e produzione armonici e motivanti, inventando lavoro, lavori ed economie enormi e inedite, e lo hanno fatto con gli artisti sugli impianti, non con i quadri alle pareti, ma soprattutto hanno rimesso in gioco gli elementi vitali che ci spingono ad alzarci la mattina: sogni, desideri, passioni, eros, armonia e riconoscimento sociale, ri-generando idee e persone dalla morte ciclica e inevitabile della restaurazione, partorendo un’economia emotiva nutriente e gioiosa. E per questo vincente.

Anish Kapoor, Cloud gate, Millenium Park, Chicago
Opera permanente che allude alle forme in cui nasciamo tutti, il feto, ma anche un rene, che ci tiene in vita e ci appartiene ma è dentro di noi e non si vede, e un fagiolo, che ci nutre e ci sostiene; a dimostrazione di come tutto sia collegato alla vita se sappiamo leggere le metafore e le morfologie. Un’opera specchiante in cui tutti possiamo rifletterci e su cui tutti possiamo riflettere ogni giorno, simbolo del legame collettivo che crea la comunità.

Elizabetta Benassi – Tools
Parte della serie di interventi di arte pubblica che l’impresa che costruisce la fermata di Piazza Venezia a Roma ha scelto per rappresentare chi lavoro “sotto di noi”, invisibile ma presente e vitale. L’artista romana vuole rappresentare alla sua maniera le persone che lavoreranno per 9 anni per il bene comune, alle quali non vengono mai date riconoscimento e visibilità. Un memento necessario.

Lui e l’arte di andare nel bosco
L’opera fa parte delle famose Luci d’Artista di Torino dal 1998. È la storia di un matto di nome Luì che riesce a ritrovare i bambini perduti nel Bosco Silenzioso. Lettera per lettera la fiaba viene scandita in una serie di scritte colorate che si dipanano lungo la via, inducendo cittadini e visitatori a visitare la città per vedere come la fiaba va a finire. Poesia ed economia: chi segue la fiaba si ferma nei negozi, nei bar, nei ristoranti ed esplora la città, conoscendola sul serio e conoscendo le persone che la abitano.
