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Il Governo lavora a un nuovo credito d’imposta almeno al 25-30% per favorire gli investimenti green e tech: stop ai vincoli europei e fondi anche alle aziende energivore. Probabile conferma dell’aliquota ridotta al 20%
Un nuovo credito d’imposta, almeno al 25-30%, per le aziende che investono nella transizione ambientale e digitale: è questo il proposito del Mimit e dell’intero esecutivo. Una formula più flessibile, con durata pluriennale (forse tre anni) e senza i vincoli europei applicati alla Transizione 5.0 (poichè inseriti nel Pnrr), allargato anche alle platee delle aziende energivore (dalla chimica, all’acciaio, alla siderurgia, ai fertilizzanti).
La volontà è anche quella di una leggera correzione per il 2025 dell’imposta prevista sui redditi da capitale, dal 24% al 20%, per chi investe in innovazione. È questo nel complesso il piano a cui lavora il Governo.
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, inoltre al chiesto all’esecutivo un intervento per agevolare gli investimenti per almeno 8 miliardi.
L’obiettivo è superare le criticità burocratiche di Transizione 5.0, il cui credito d’imposta fino al +55% si può ottenere solo per i macchinari che riducono i consumi energetici misurati, fatti certificare da un perito. Un procedimento ritenuto farraginoso che rischia di allargare il numero di imprese coinvolte.
I paletti
Si dovrebbe quindi avviare una sorta di “Transizione 6.0”, che prenda il meglio delle versioni 4.0 e 5.0, ma eliminare i vincoli (solo le macchine che riducono i consumi energetici e previa perizia approvata ed aprile dalla Commissione Ue), in primis quelli trasversali non agganciati ai fondi della coesione europea o della quota rinforzata del Pnrr.
Il sistema attuale è considerato inefficiente, visto che bisogna indicare la riduzione dei consumi energetici nelle dichiarazioni dei redditi all’Agenzia delle Entrate (sezione 5.0), controllare la documentazione presso il ministero dell’Economia, ma anche eseguire verifiche con una base di dati Inail (consumi industriali 2022, che comprendono l’intero quadro Ue).
Il Pnrr, del resto, impone che le aziende beneficiarie del credito d’imposta rientrino nel piano di Transizione 5.0, ma stavolta con un piano creato ad hoc di credito nazionale, da affiancare a quello europeo.
Il taglio
Oggi il credito d’imposta prevede tre passaggi: prenotazione dell’investimento da svelare, conferma con diagnosi energetica, rendicontazione all’Agenzia. C’è la richiesta di prevedere di anticipare il 20% del credito di imposta (con un fondo dedicato da almeno 350 milioni, attingendo da altri fondi).
Gli industriali chiedono di concentrare la misura in un’unica piattaforma, che dia alle aziende il bonus in tempi rapidi. Con aliquote maggiorate sui green jobs e sugli investimenti nel digitale. Un altro fronte riguarda i crediti fiscali e la riduzione dal 24% al 20% sui redditi da capitale per chi investe in ricerca e innovazione. La misura dovrebbe essere introdotta per il 2025 e diminuire così la pressione fiscale.
Potrebbero saltare i vincoli europei di Transizione 5.0, che impongono macchine e impianti che riducano i consumi energetici in modo misurabile e certificato. Infatti le Aziende energivore come acciaierie e siderurgie non riescono ad assicurarsi un conto green, per cui servono garanzie specifiche.
Così si studia un ampliamento del credito di imposta anche ad altri settori industriali. Prendendo spunto dalle versioni precedenti e implementando quanto suggerito dal Comitato europeo di garanzia. Come detto le imprese chiedono un credito strutturale e pluriennale. Un credito d’imposta rafforzato, con aliquote tra il 25 e il 30%. Un sistema automatico, quindi, senza vincoli burocratici, come per l’appunto chiesto da Confindustria.
