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La musica è sperimentazione, suono, voce, accordi che narrano un’epoca, una generazione, un sentire comune o le sue crepe.
Autori e autrici, musicisti e musiciste, tecnici del suono, ingegneri sono i tanti professionisti e professioniste che ruotano intorno a questo settore. Poi c’è il pubblico che ha bisogno di riconoscersi in chi ha saputo esprimersi al posto suo. Nella musica non dovrebbe esserci inganno, perché è il sottofondo della nostra esistenza, è convivialità, una chitarra nelle sere d’estate e una campagna nelle notti di solitudine.
Oggi, però, la musica non nasce più solo da strumenti tradizionali, ma anche da software, hardware e generatori AI dedicati. Lo stesso vale per chi la interpreta come Xania Monet, la cantante R&B nata dalla scrittura della poetessa del Mississippi Telisha “Nikki” Jones e dal software Suno, è diventata nel 2025 la prima artista AI a entrare nelle classifiche Billboard, con un contratto discografico da diversi milioni di dollari firmato con Hallwood Media. Da allora altri progetti generati con l’intelligenza artificiale l’hanno seguita, fino a scalare, in alcuni casi, la vetta delle classifiche iTunes.
Un’etichetta non è una garanzia
La musica nasce da un’urgenza comunicativa, da una denuncia politica, da un’emozione, ma è anche un prodotto e quest’ultimo richiede trasparenza. Dichiarare «generato con AI» non basta, però, a mettersi al riparo da una contestazione, soprattutto quando si riproduce involontariamente la voce di un artista già esistente o una composizione già coperta da copyright.
La legge numero 633 del 1941, che regola il diritto d’autore nel nostro ordinamento, tutela le opere dell’ingegno di carattere creativo. Un requisito che presuppone un apporto umano riconoscibile. Non basta, però, che un sistema di intelligenza artificiale abbia generato il suono perché la tutela venga meno in automatico. La SIAE, che nel corso del 2026 ha pubblicato una guida dedicata proprio a questo tema, valuta ogni opera caso per caso. Infatti, per essere depositabile e tutelabile, un brano realizzato con il supporto dell’AI deve presentare un contributo creativo umano effettivo, personale e riconoscibile nella melodia, nel testo, nell’arrangiamento. Un pezzo nato da un semplice prompt resta, invece, fuori dalla tutela, poichè non è un’opera dell’ingegno nel senso della legge, ma un prodotto computazionale privo di titolarità d’autore in senso proprio.
La questione si complica quando l’AI non genera da zero, ma rielabora. Se un modello viene addestrato su repertori esistenti e restituisce un risultato che richiama in modo riconoscibile un’opera o una voce protetta, si rientra nel campo della violazione dei diritti connessi, ovvero quelli che tutelano l’interprete e il fonogramma, distinti dal diritto d’autore in senso stretto ma altrettanto presidiati dalla stessa legge. Non a caso, nel 2024, la SIAE ha esercitato il diritto di opt-out previsto dalla normativa europea impedendo che le opere del proprio repertorio vengano usate per addestrare modelli generativi senza una licenza negoziata. Un modo per riportare sotto controllo, a monte, un processo che a valle è quasi impossibile da tracciare.
A livello europeo l’AI Act impone per ora un obbligo di trasparenza che risiede nel dichiarare la natura artificiale di un contenuto sonoro o vocale. È un obbligo di etichettatura, non una soluzione al problema della titolarità. Un brano correttamente etichettato come «generato con AI» può comunque violare un copyright, se riproduce senza autorizzazione un’opera o una voce protetta.
La pressione del mercato
La richiesta di trasparenza non nasce solo da un’esigenza legislativa, ma soprattutto dal pubblico. Lo scorso 10 luglio un comunicato congiunto, diffuso da Washington, New York e Londra dalle principali sigle dell’industria discografica mondiale, ha annunciato un sistema condiviso di etichettatura per distinguere i brani creati con l’intelligenza artificiale da quelli suonati e cantati da esseri umani.
A guidare l’iniziativa sono state IFPI – la federazione con sede a Londra che riunisce oltre ottomila etichette in tutto il mondo – e RIAA, l’associazione delle case discografiche statunitensi. Le affiancano A2IM, WIN, Impala, l’Academy dei Grammy, SAG-AFTRA e la Human Artistry Campaign. Il sistema prevede due etichette distinte «AI-Generated», per i brani in cui l’intelligenza artificiale ha creato l’intero pezzo o la sua componente creativa principale e «AI-Assisted» per le registrazioni sostanzialmente umane in cui l’AI interviene solo su alcuni elementi.
In Italia, la FIMI – Federazione Industria Musicale Italiana – ha varato criteri propri per l’ammissione dei brani nella classifica ufficiale Top of the Music, escludendo quelli che non nascono principalmente da un lavoro umano. Un criterio che, di fatto, anticipa a livello di mercato ciò che la legge sul diritto d’autore già impone come soglia di tutelabilità.
Il pubblico come ultimo argine
Restano i fan, che spesso arrivano prima della norma a percepire l’inganno con playlist sospette, richieste di conferma sull’origine umana di un brano, community che segnalano cloni vocali non autorizzati.
In un mercato dove la fiducia è l’unico vero capitale, l’etichettatura rischia di diventare meno un obbligo normativo che una condizione di sopravvivenza commerciale.
La domanda che resta aperta non è se l’intelligenza artificiale entrerà stabilmente nella filiera musicale perchè è già accaduto, ma quanto la legge italiana, ancorata a un concetto di creatività pensato per un autore umano, saprà distinguere tra strumento e sostituto.
