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Il cinema che le aziende si sono raccontate

Miriam Masone

Miriam Masone

Redattrice per «Acta non verba» con una formazione in Sustainability Management e transizione ecologica. Giornalista, cronista per «il Mattino» di Napoli e altre testate. Autrice di podcast, documentari e programmi televisivi.
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Nella storia industriale italiana, ad un certo punto, le aziende hanno smesso di limitarsi a produrre e hanno cominciato a raccontarsi con una macchina da presa.

È un impulso antico quanto il mecenatismo stesso, d’altronde i Medici che finanziavano Botticelli non sono poi così lontani dall’Edison che finanzia Olmi, ma nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, quella della ricostruzione e del boom economico, ha una connotazione nuova. Nasce così il cinema d’impresa.

Un fattorino, una compagnia filodrammatica, una scommessa

Il caso più istruttivo e anche il più minuto nei suoi dettagli biografici è Ermanno Olmi. Arriva alla Edison-Volta non come regista ma come fattorino, assegnato all’ufficio approvvigionamenti. È lì, quasi per caso, che gli viene affidata l’organizzazione delle attività ricreative dei dipendenti: prima una compagnia filodrammatica e, dopo il successo di uno spettacolo di varietà da lui scritto e messo in scena alla Triennale nella primavera del 1951, la direzione aziendale decide di affidargli qualcosa di più ambizioso, una vera e propria Sezione Cinema interna.

Da lì, tra il 1953 e il 1961, Olmi gira una quarantina di documentari industriali – dighe, cantieri, elettrodotti, fino a un cortometraggio sulla tessitura meccanica di una linea ad alta tensione – inventandosi il mestiere di regista sul campo, senza formazione tecnica alle spalle. Insieme a lui collaborano Pier Paolo Pasolini che firma il commento di Grigio (1957) e Goffredo Parise co-sceneggiatore di Michelino 1ª B (1956).

La committenza aziendale, in questo caso, non produce propaganda patinata, ma diventa incubatore mettendo insieme, dentro un ufficio comunicazione, alcune delle voci che di lì a poco definiranno il cinema e la letteratura italiana del Dopoguerra.

Nel 1959 Olmi realizza in realtà Il tempo si è fermato, il suo primo lungometraggio di finzione, ambientato su una diga d’inverno: un’opera che nasce mascherata da lavoro commissionato. È forse la chiara dimostrazione di cosa possa essere il cinema d’impresa quando funziona, ovvero uno spazio ufficialmente tecnico che diventa spazio autoriale.

Il lavoro prima dell’industria

La macchina da presa di Vittorio De Seta che negli stessi anni gira i suoi cortometraggi etnografici sul lavoro tradizionale del Sud (pescatori, minatori di zolfo, pastori sardi) non segue, invece, le richieste di una committenza, ma il suo cinema dialoga idealmente con quello di Olmi. De Seta, infatti, racconta da una parte il lavoro nelle industrie regolare quindi sotto contratto, dall’altra il lavoro che l’industrializzazione sta per travolgere senza contratto alcuno. Messi in sequenza, i due corpus raccontano una cerniera storica precisa, quando l’Italia smette di essere un paese agricolo e non è ancora del tutto un paese industriale.

Il film che ENI non riuscì a controllare

Il caso più estremo, e per certi versi il più politico, resta L’Italia non è un paese povero di Joris Ivens. Nel 1959 Enrico Mattei, presidente dell’ENI, sceglie personalmente il documentarista olandese per raccontare l’impatto della scoperta del metano nella pianura padana sulla società italiana. La scelta non è ovvia, Ivens era un documentarista di orientamento comunista, vicino alla Terza Internazionale, e diversi collaboratori di Mattei ne sconsigliarono l’ingaggio. Mattei tenne comunque duro, garantendogli la più ampia libertà artistica.

Il film che ne nacque coinvolse i fratelli Taviani per uno dei tre episodi, un giovanissimo Tinto Brass come aiuto regista, i testi di Alberto Moravia, la voce narrante di Enrico Maria Salerno. L’anno prima, nel 1958, l’ENI aveva creato un vero e proprio Ufficio Attività Cinematografiche interno, che nel tempo avrebbe coinvolto nomi come Bernardo Bertolucci, Gillo Pontecorvo, Sergio Zavoli, Leonardo Sciascia, Alessandro Blasetti.

La libertà artistica promessa a Ivens si scontrò con la Rai, che tagliò 118 metri di pellicola prima della messa in onda, mandando in video il film sotto il titolo edulcorato Frammenti di un film di Joris Ivens. Il regista non riconobbe più l’opera e si narra che Tinto Brass, temendo la sparizione definitiva della versione integrale, riuscì a farla arrivare clandestinamente in Francia grazie a un accesso privilegiato alla valigia diplomatica della Cinémathèque française. La copia originale sarebbe stata acquisita dalla Cineteca nazionale italiana solo nel 1997, quasi quarant’anni dopo. È l’esempio di quanto possa farsi tesa la convivenza tra chi finanzia e chi realizza. La committenza aziendale apre uno spazio di libertà insolito, che però resta sempre confinato ed è proprio in quel margine che la storia diventa davvero interessante.

Un’eredità che continua

Raccontare, oggi, il cinema d’impresa non è un esercizio nostalgico. È un modo per interrogare una domanda che resta aperta ogni volta che un’azienda decide di finanziare cultura. Cosa succede all’opera quando nasce dentro un rapporto di committenza? Chi la firma davvero, chi paga o chi gira?
Le risposte che il cinema d’impresa italiano ha dato, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, non sono univoche. A volte la committenza ha prodotto conformismo, tagli, titoli edulcorati. Nei casi che restano nella storia del cinema ha prodotto anche qualcosa di più interessante con uno sguardo autoriale che si è preso lo spazio che gli veniva concesso, e talvolta anche quello che non gli veniva concesso.
È una tensione che, cambiando linguaggio e strumenti, attraversa ancora oggi ogni forma di mecenatismo aziendale.

Fonti
  • Treccani, voce enciclopedica su Olmi: https://www.treccani.it/enciclopedia/ermanno-olmi/
  • Treccani, voce nell’Enciclopedia del Cinema: https://www.treccani.it/enciclopedia/ermanno-olmi_(Enciclopedia-del-Cinema)/
  • FilmDOC, scheda su Olmi: https://www.filmdoc.it/2008/09/ermanno-olmi/
  • Accademia dei Virtuosi al Pantheon, Ricordando Ermanno Olmi: https://www.accademiavirtuosi.it/articles/ricordando-ermanno-olmi
  • Feltrinelli Editore, scheda del DVD Ermanno Olmi. Gli anni Edison: https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/ermanno-olmi-gli-anni-edison/
  • Edison, Ermanno Olmi, uno di famiglia: https://www.edison.it/it/ermanno-olmi-uno-di-famiglia
  • Treccani, L’Italia non è un paese povero: dall’Agip all’Eni: https://www.treccani.it/enciclopedia/l-italia-non-e-un-paese-povero-dall-agip-all-eni_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Tecnica)/
  • NonSoloCinema, Enrico Mattei e il cinema di Joris Ivens: https://www.nonsolocinema.com/Enrico-Mattei-e-il-cinema-di-Joris_16785.html
  • Il Cinema Ritrovato, catalogo con testimonianze di Tinto Brass: https://ilcinemaritrovato.it/wp-content/uploads/2015/06/cat_CR1998.pdf
  • Eni, Una storia all’avanguardia: https://www.eni.com/it-IT/azienda/la-nostra-storia.html
  • E. Frescani, tesi di dottorato, Università di Salerno, su Eni e cinema documentario: https://www.iris.unisa.it/retrieve/5aab8fd0-90dc-4df0-8e34-4af7245e64fc/tesi_di_dottorato_E_Frescani.pdf

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“La nostra mission consiste nel dotare i lettori di un magazine in grado di decifrare il vasto mondo della gestione d’impresa grazie a contenuti d’eccezione e alla collaborazione con enti pubblici e privati.”

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