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La cucina italiana: un primato che obbliga a scegliere

Alfonso Del Forno

Alfonso Del Forno

Giornalista enogastronomico che mette al centro della sua comunicazione la cultura del cibo, della biodiversità, dell’economia circolare e del recupero delle tradizioni. Progettista per Sef Consulting
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La cucina italiana Patrimonio UNESCO e la sfida delle imprese agroalimentari.

C’è una data che merita di essere ricordata con più attenzione di quanta ne abbia ricevuta. Il 10 dicembre 2025, a Nuova Delhi, il Comitato intergovernativo dell’UNESCO ha inserito la cucina italiana nell’elenco del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. È la prima volta nella storia che una cucina nazionale viene riconosciuta nella sua interezza: non una ricetta, non una tecnica regionale, non un singolo prodotto, ma l’insieme di un sistema di saperi, pratiche, valori e identità che attraversa tutte e venti le regioni italiane.

I media hanno celebrato la notizia con l’entusiasmo che meritava. Poi, come spesso accade, il ciclo dell’attenzione si è chiuso e si è andati avanti. Ma la domanda che vale la pena porsi è quella che viene dopo i titoli: questo riconoscimento cambia davvero qualcosa? E se sì, per chi, con quali strumenti e con quali rischi?

È da questa domanda che nasce il lavoro di ricerca che il Dipartimento Foody di SEF Consulting presenta con questa serie di articoli e con il Paper che accompagnerà il percorso fino a settembre 2026. Non una celebrazione, dunque, ma un’analisi. Non un’ovazione, ma un ragionamento.

Il peso di un primato

I numeri che circondano il riconoscimento UNESCO sono già impressionanti prima ancora di tenere conto di qualsiasi effetto aggiuntivo. La filiera agroalimentare allargata italiana, dai campi alla grande distribuzione, dall’industria alla ristorazione, genera un valore di 707 miliardi di euro e occupa 4 milioni di persone. Nel 2025 l’export ha superato i 70 miliardi, con una crescita del 5,7% nei primi nove mesi dell’anno. Il turismo enogastronomico vale già 40 miliardi.

Ma il dato più interessante per chi lavora con le imprese non è la fotografia attuale: è l’effetto moltiplicatore che i riconoscimenti UNESCO hanno storicamente prodotto sui territori. Le ricerche della Cattedra UNESCO dell’Università Unitelma Sapienza di Roma documentano con precisione questo fenomeno. L’isola di Pantelleria, riconosciuta nel 2014 per la pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello, ha visto crescere il turismo fuori stagione del 75%, con i visitatori che dichiarano di aver scelto Pantelleria proprio per il riconoscimento UNESCO. Le aziende agrituristiche nell’area sono aumentate del 500% in dieci anni. L’arte dei Pizzaiuoli Napoletani, riconosciuta nel 2017, ha moltiplicato di quasi tre volte i corsi professionali organizzati dalle associazioni promotrici.

Non si tratta di dati marginali. Si tratta di trasformazioni strutturali dei mercati locali, innescate da un riconoscimento simbolico che, se accompagnato da strategie adeguate, diventa un moltiplicatore economico reale e misurabile.

La tesi che vogliamo argomentare

«Il riconoscimento UNESCO della cucina italiana non è un punto di arrivo ma un punto di partenza. Per trasformare un primato culturale in vantaggio competitivo sistemico, le imprese agroalimentari italiane devono ripensare il proprio modello di valore. Senza questa transizione consapevole, il rischio è che il riconoscimento produca benefici concentrati e folklorizzazione diffusa».

Questa è la tesi centrale del lavoro di ricerca che il Dipartimento Foody porterà a compimento entro settembre 2026. Una tesi che non nega il valore del riconoscimento, ma che rifiuta di fermarsi all’entusiasmo e si chiede cosa deve cambiare perché quel valore si trasformi in beneficio reale per le imprese italiane, piccole e grandi, del Nord come del Sud.

Perché il punto non è che l’UNESCO ha riconosciuto la cucina italiana. Il punto è cosa faranno le imprese italiane di questo riconoscimento.

Tre domande che strutturano il percorso

Nei prossimi quattro articoli di questa serie, affronteremo le domande che riteniamo centrali per chi opera nel settore agroalimentare e per chi lo supporta con servizi di consulenza e sviluppo strategico.

Chi beneficia davvero del riconoscimento?

Il riconoscimento è nazionale, ma i benefici non si distribuiscono uniformemente. Esistono territori già dotati di infrastrutture narrative, turistiche e distributive che saranno in grado di capitalizzare il riconoscimento quasi automaticamente. Esistono invece aree produttivamente ricchissime, ma narrativamente deboli, che rischiano di restare spettatrici di un valore che in parte è anche loro. Analizzare questa distribuzione non è un esercizio accademico: è il prerequisito per disegnare strategie efficaci.

Come si evita la trappola della folklorizzazione?

Ogni grande riconoscimento culturale porta con sé un rischio: quello di trasformare una cultura viva in un’etichetta da vendere. La cucina italiana, nella sua straordinaria diversità regionale e nella sua capacità di evolversi senza perdere radici, è esattamente il contrario di un’etichetta. Ma i meccanismi del mercato, della comunicazione e del turismo di massa possono lavorare in direzione opposta. Capire come preservare l’autenticità mentre si cresce è una delle sfide strategiche più complesse che le imprese si trovano ad affrontare.

Quali modelli strategici funzionano?

Non tutte le imprese hanno le stesse risorse, le stesse dimensioni, lo stesso posizionamento di mercato. Un caseificio artigianale del Molise, un’azienda vinicola del Friuli e un gruppo industriale della trasformazione alimentare hanno obiettivi diversi e strumenti diversi. Identificare modelli strategici replicabili, con indicatori di performance chiari e condizioni abilitanti concrete, è ciò che distingue un’analisi utile da una riflessione generica.

Perché questo lavoro, perché adesso

La finestra strategica aperta dal riconoscimento UNESCO ha una durata limitata. Le esperienze internazionali, dal Pasto gastronomico dei francesi alla Dieta Mediterranea, riconosciuti nel 2010, dimostrano che i primi ventiquattro mesi sono quelli in cui si formano le posizioni di vantaggio che poi tendono a stabilizzarsi. Chi arriva dopo può comunque partecipare, ma trova un mercato già strutturato da chi ha mosso prima.

Il Dipartimento Foody di SEF Consulting ha scelto di affrontare questo tema con la serietà di un Paper e la concretezza di chi lavora ogni giorno con le imprese. Non perché abbia tutte le risposte, ma perché ritiene che le domande giuste, poste al momento giusto, siano già di per sé uno strumento di orientamento strategico per chi deve decidere.

I prossimi articoli di questa serie approfondiranno ciascuna delle sezioni del Paper: l’analisi economica dell’impatto, il rischio della folklorizzazione, la questione della distribuzione dei benefici, i modelli strategici per le imprese. Il Paper completo sarà disponibile a settembre 2026.

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